Previdenza integrativa, possiamo giocare una grande partita. Intervista a Riccardo Realfonzo

Previdenza integrativa, possiamo giocare una grande partita. Intervista a Riccardo Realfonzo

di Paolo Andruccioli

Collettiva, 1 dicembre 2021

Il professor Riccardo Realfonzo, docente di Economia, presiede il Fondo pensione Cometa a cui aderiscono 440 mila lavoratori metalmeccanici. Gli chiediamo quali saranno le prossime scelte di investimento finanziario, che ruolo potranno giocare i fondi nel rilancio e ristrutturazione del nostro sistema economico.

Professor Realfonzo lei ha sostenuto in più occasioni la necessità di ripensare il sistema degli investimenti dei fondi pensione per utilizzare le risorse raccolte a favore dello sviluppo dell’economia nazionale e delle produzioni sostenibili. Il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza dell’Italia, potrebbe essere un’occasione in questo senso?

La mia opinione è che se il Pnrr aspira a essere un disegno organico di rilancio dell’economia nazionale, dopo gli anni dell’austerity e la sciagura della pandemia, oltre a mettere in campo gli investimenti pubblici dovrebbe creare le condizioni per mobilitare il risparmio delle famiglie e attivare investimenti privati. Credo che questo sia indispensabile, considerato che le risorse provenienti dall’Europa non sono così ingenti come molti pensano e che vanno in gran parte ad accrescere il debito pubblico del Paese. Le forme pensionistiche complementari italiane raccolgono risparmio previdenziale per circa 200 miliardi, ma meno di 5 miliardi vengono investiti nelle imprese italiane, circa 28 in titoli del debito pubblico e tutto il resto se ne va all’estero in cerca di maggiori rendimenti. Al momento, non c’è alcun progetto per favorire l’investimento del risparmio previdenziale in Italia, e questo è un lusso che assolutamente non possiamo concederci. Per ciò, accanto alle riforme in agenda nel Pnrr occorrerebbe inserire un capitolo dedicato alla previdenza complementare, introducendo uno strumento per gli investimenti diretti in Italia che assicuri livelli di rendimento almeno pari alla rivalutazione del TFR, con adeguati meccanismi di controllo e protezione per i lavoratori aderenti ai fondi. Ciò permetterebbe ai consigli di amministrazione dei fondi pensione di scegliere serenamente di investire nel Paese. Sarebbe uno straordinario volano di sviluppo.

Lei è il presidente del principale fondo pensione italiano, il fondo negoziale dei metalmeccanici Cometa. Che bilancio fa del periodo della pandemia? Ci sono stati effetti negativi sulla tenuta finanziaria del fondo?

Le borse si sono riprese dopo lo shock del virus, anche grazie alle politiche di acquisto di titoli messe in campo dalle banche centrali, e per questo i rendimenti dei fondi pensione negoziali hanno battuto in generale la rivalutazione del TFR, anche nel 2020. Certo, molto dipenderà dalle politiche monetarie e fiscali future, nell’auspicio che in Europa non vengano riproposte ancora le miopi formule dell’austerità. Comunque, le scelte di investimento di Cometa sono sempre state improntate a grande prudenza e dunque anche le oscillazioni dei corsi di borsa a cui assistiamo in questa fase, sulla scorta delle notizie su nuove ondate pandemiche o nuove varianti del virus, non ci intimoriscono particolarmente nel lungo periodo. Aggiungo che il contratto dei metalmeccanici ha opportunamente puntato sulla previdenza complementare e per questo abbiamo registrato segnali di ripresa delle adesioni dei giovani a Cometa. Il capitale complessivo del fondo ha superato i 13 miliardi e il risparmio previdenziale dei singoli aderenti, in particolare di quelli che hanno scelto i nostri comparti più sfidanti, cresce in valore, anno dopo anno.

Nell’ultimo rapporto della Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, emergono elementi positivi del sistema della previdenza complementare, ma anche limiti che non sono stati superati. Il numero dei lavoratori che aderiscono ai fondi pensione continua per esempio a rappresentare una minoranza del mondo del lavoro. Da cosa dipendono questi ritardi?

In effetti c’è una contraddizione tra le performance dei fondi pensione, in particolare dei fondi negoziali, e la dinamica delle adesioni dei lavoratori a questi fondi. I fondi negoziali, come certifica la Covip, tendono a battere sistematicamente la rivalutazione del TFR tenuto in azienda, hanno costi contenutissimi e apprezzabili vantaggi fiscali. Nonostante ciò le adesioni sono largamente insufficienti, con una copertura di circa un terzo rispetto alle forze lavoro, anche tra i metalmeccanici. Il fenomeno dei bassi tassi di adesione dipende principalmente dai bassi salari, dalle espulsioni dal mondo del lavoro causate dalla crisi e dall’accentuazione dei processi di precarizzazione. Tutto ciò compromette significativamente la funzione della previdenza complementare che dovrebbe evitare il rischio di prestazioni pensionistiche insufficienti. Insomma, c’è un grave problema di inclusione previdenziale, che riguarda soprattutto le categorie più deboli del mercato del lavoro: i giovani, le donne, i lavoratori del Mezzogiorno. Personalmente ritengo che il governo dovrebbe accrescere ancora i vantaggi della previdenza complementare e soprattutto fare marcia indietro rispetto ai processi di precarizzazione del lavoro, riducendo le possibilità di ricorso al lavoro a termine e riportando nuovamente al centro i rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Bisognerebbe anche introdurre forme di contribuzione pubblica per i periodi di disoccupazione. Per quanto riguarda ciò che è nel potere di Cometa, stiamo moltiplicando le attività di comunicazione, soprattutto per raggiungere i giovani, ad esempio con il progetto Passwork, e spiegare loro che aderire a Cometa conviene.

Uno dei problemi che ha sempre caratterizzato la storia dei fondi pensione italiani riguarda le dimensioni, sia dei fondi stessi, sia delle imprese. L’obiettivo dell’accorpamento di più settori in uno stesso fondo è ancora valido?

Certamente. La grande dimensione è necessaria per dotare i fondi di una struttura organizzativa adeguata a svolgere le complesse attività di analisi finanziaria e controllo dei rischi che l’attività richiede, e che sono previste dalla normativa nazionale ed europea. Inoltre, la grande scala consente di spuntare condizioni maggiormente vantaggiose attraverso i bandi per l’affidamento dei mandati di gestione. Il che si traduce in minori costi di gestione e maggiori rendimenti per le famiglie aderenti ai fondi. In questi anni abbiamo assistito ad una qualche tendenza agli accorpamenti a cui però a mio avviso il governo dovrebbe imprimere una accelerazione.

Tornando al Pnrr e alla necessità di avviare una grande riconversione dell’industria manifatturiera, che ruolo potrebbe avere nello specifico un fondo come Cometa?

Il ruolo degli investitori istituzionali è decisivo per la quantità e la qualità della crescita del Paese. È necessario, come osservavo prima, che il risparmio previdenziale raccolto venga investito in massima parte in Italia, per spingere l’acceleratore della crescita. Al tempo stesso, c’è il tema della qualità degli investimenti da realizzare, che auspicabilmente dovrebbero andare nella direzione di riconversioni all’insegna della sostenibilità ambientale, sociale e di governance. Se gli investitori istituzionali orientano gli investimenti in questo senso essi sospingono in una direzione corretta il sistema delle imprese. Noi di Cometa siamo convinti che l’interesse dei lavoratori aderenti non risieda solo nei rendimenti ma anche nella qualità degli investimenti che si realizzano con il loro risparmio pensionistico. Per questo siamo sempre così attivi sul piano della finanza sostenibile. Sottoponiamo il nostro portafoglio finanziario a una rigorosa analisi di responsabilità sociale, abbiamo escluso alcune categorie di investimento, come gli armamenti, e le imprese coinvolte in gravi controversie, siamo molto attivi nelle attività di engagement finalizzate ad avviare percorsi di dialogo con grandi imprese per ottenere il rispetto dei principi basilari della sostenibilità ambientale e sociale. Stiamo anche lavorando per una politica di impegno sempre più stringente, per esercitare il diritto di voto nelle assemblee delle società di cui possediamo pacchetti azionari in conformità con i principi basilari del contratto metalmeccanico, come le pari opportunità, la dignità del lavoro, la sicurezza.

Il precariato, le basse pensioni e la necessità di investire il risparmio previdenziale in Italia

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Intervista a Riccardo Realfonzo

RaiNews 24, 17 novembre 2021



Il dissesto si può evitare solo con una nuova norma e con riforme radicali

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di Riccardo Realfonzo

Corriere del Mezzogiorno, 12 ottobre 2021


Chiusa la fallimentare stagione de Magistris, oggi Napoli ha un nuovo autorevole sindaco, sorretto da una compagine politica ampia, e spera di riprendere il sentiero dello sviluppo. Tuttavia, la nascente amministrazione trova la strada sbarrata dal macigno del collasso economico-finanziario in cui versa il Comune con le sue società che erogano i servizi pubblici. La storia recente è nota. Nel 2011 de Magistris ereditò una condizione di bilancio difficile rispetto alla quale, come suo assessore al ramo, prospettai un insieme organico di riforme. L’anno successivo, disposta una ricognizione straordinaria per fare piena luce sui conti, dovetti lasciare l’incarico in quanto non mi fu permesso di attuare quelle riforme. Al termine di quell’anno il buco di bilancio fu stimato in 850 milioni. Seguì l’adesione del Comune alla disciplina del predissesto  che permise di ottenere cospicue risorse a fronte della predisposizione di un piano di rientro dal debito che, però, apparve subito risibile perché ignorava i problemi o provava a fronteggiarli con misure inadeguate. Non a caso, la Corte dei Conti della Campania chiese lo stato di dissesto. Dopo di allora, complici soccorsi normativi mal costruiti, lo stato comatoso del Comune si è acuito sempre più, con spreco di risorse pubbliche, crescita della pressione fiscale locale, azzeramento dei servizi pubblici. Oggi il buco di bilancio è lievitato a ben 2,5 miliardi, in barba agli aiuti e al fantomatico piano di rientro dal debito.

Ebbene, se questi sono i fatti, quale può essere la strategia della Giunta Manfredi per risanare i conti e rilanciare l’azione amministrativa?

Il primo nodo concerne la dichiarazione o meno dello stato di dissesto. Stando alla normativa vigente, ben difficilmente il dissesto potrebbe essere evitato. D’altra parte, per quanto il dissesto porti con sé conseguenze anche negative, come il blocco delle assunzioni di personale qualificato di cui vi è grande necessità, esso permette di tirare una linea tra presente e passato, lasciando a un commissario la gestione del debito pregresso e consentendo di impostare una nuova politica per il futuro. Tuttavia, il Patto per Napoli, siglato nel maggio scorso dalle forze politiche che sostengono Manfredi, fa sperare in un altro percorso possibile. L’obiettivo ambizioso verso cui si dovrebbe provare a sospingere rapidamente il governo Draghi è un intervento legislativo che modifichi il testo unico e la finanza degli enti locali. Una operazione, questa, che non riguarderebbe solo Napoli e che sarebbe nell’interesse del Paese. Occorrerebbe cancellare l’istituto del predissesto, che si è tradotto in uno sperpero di risorse e in un inutile prolungamento delle agonie amministrative locali, e viceversa confermare l’istituto del dissesto, disponendo un rafforzamento del potere di controllo della Corte dei Conti e poteri sostitutivi in capo al MEF. Ancora, occorrerebbe disporre misure di finanziamento straordinario a favore delle nuove amministrazioni dei Comuni in dissesto e insistere sulla strada aperta dal decreto legge 104 del 2020 (modificato dalla legge di bilancio per il 2021) che prende atto del sottofinanziamento strutturale di molti Comuni, in presenza di specifiche condizioni di vulnerabilità sociale e ridotto pil pro capite. Una gestione commissariale del debito pregresso, in presenza di questa nuova normativa, potrebbe attribuire alla nuova Giunta napoletana gli adeguati spazi di azione.

In ogni caso, l’eventuale nuova normativa non deve tradursi in un colpo di spugna ed è essenziale che la Giunta si attrezzi per fare piena chiarezza sulle ragioni della spaventosa bancarotta che abbiamo davanti. Questa è infatti il prodotto di una azione politica dissennata ma anche della inadeguatezza di alcuni nodi dirigenziali, di gravi problemi organizzativi e di controllo della spesa, se non di sacche grigie, che possono essere presenti nel Comune e nelle partecipate. Una operazione verità sui conti è una necessità democratica e, al contempo, uno strumento per fare luce sulle tante falle del sistema gestionale-amministrativo.

Queste considerazioni ci conducono all’ultimo cruciale aspetto. La dichiarazione di dissesto o una più auspicabile riforma della normativa, così come il far luce sul passato, non sono che i presupposti per rimettere in moto la macchina comunale. Lo strumento decisivo resta quello delle riforme, per le quali bisognerebbe prendere avvio dal pacchetto di misure elaborato nel 2011. La macchina comunale va drasticamente riorganizzata, valorizzando i dirigenti capaci, attivando realmente il ciclo della performance, ricorrendo a un programma di assunzioni di tecnici che forniscano linfa vitale a uffici morenti. Occorre intervenire con decisione sul controllo della spesa, facendo rivivere il sistema di monitoraggio a suo tempo varato per l’operato dei dirigenti e il contrasto dei debiti fuori bilancio (oltre 34milioni nel solo 2020). Occorre ridefinire la gestione degli immobili comunali, per il quale la società Napoli Servizi si è confermata inadeguata, ponendo fine allo sfruttamento ultradecennali dello straordinario patrimonio del Comune che, incredibile a dirsi, rappresenta una voce passiva di bilancio. Occorre imporre la legalità in tutto ciò che concerne l’occupazione del suolo pubblico, la gestione delle affissioni, il sistema delle riscossioni, anche riesumando la task force antievasione e il sistema di collaborazioni istituzionali (ad esempio con la guardia di finanza). Inutile dire che sul fronte delle riscossioni il Comune continua a mostrare risultati inaccettabili. Dal consuntivo 2020 emergono percentuali di incasso effettivo del 25% per ciò che riguarda fitti, multe, lotta all’evasione; con il risultato che, solo nel 2020, le mancate riscossioni ammontano a 1,4 miliardi, facendo salire il valore complessivo dei crediti non incassati (residui attivi) allo stratosferico importo di 4,5 miliardi. Inoltre, va attivato un vero controllo analogo sulle società partecipate, nelle quali, al riparo dei riflettori, anche in questi anni c’è da credere che siano continuati sprechi e clientele.

Un lavoro complesso e articolato attende la nuova giunta, che dovrà essere immediatamente operativa, anche per verificare il bilancio di previsione 2021, da poco approvato, che rischia di avere lo stesso valore della carta straccia. Tra l’altro, stando ai calcoli della precedente amministrazione, quel previsionale dovrebbe portare il Comune a riassorbire il buco di bilancio per 381 milioni nell’anno in corso. Una impresa che non verrà certo realizzata, basti solo considerare che l’amministrazione uscente confidava ancora sul fantomatico piano di dismissione degli immobili che dovrebbe assicurare nel 2021 incassi per 55 milioni (contro i soli 7 milioni del 2019). Un bilancio di previsione da rivedere subito, come sembra dirci persino il ragioniere generale quando scrive, nel suo parere obbligatorio, che il bilancio è “particolarmente esposto al rischio di squilibri finanziari a causa delle oggettive difficoltà  di continuare nelle principali misure finalizzate al recupero del disavanzo”.

Insomma, il compito della nuova giunta è titanico. E questo principalmente perché, a ben vedere, il buco di bilancio a Napoli non è solo il prodotto dell’inadeguatezza amministrativa o della malapolitica: dietro ogni singolo spreco e inefficienza si nascondono interessi particolari, grandi e minuti, che tendono pervicacemente a resistere al cambiamento. 


Per un rilancio della previdenza complementare. Intervista a Riccardo Realfonzo

Per un rilancio della previdenza complementare. Intervista a Riccardo Realfonzo

CometaNews, settembre 2021

Il Presidente di Cometa Riccardo Realfonzo illustra obiettivi e sfide del suo mandato. E dettaglia la proposta con cui la previdenza può sostenere lo sviluppo del Paese.

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