Repubblica commenta l'analisi di Realfonzo sul mercato del lavoro italiano e il Jobs Act

Contratti e protezione dei lavoratori: Italia meno rigida della Germania

L'analisi di Realfonzo: secondo i dati Ocse i contratti a tempo indeterminato italiani proteggono i lavoratori meno di quanto accada in Germania o Francia. Anche guardando alla sola voce del reintegro, centrale nella disputa sull'articolo 18, il mercato tedesco è più rigido.

"Mission impossible" al Comune di Napoli

Mission impossible al Comune di Napoli
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 21 ottobre 2014*

Che si voti già il prossimo anno o si giunga alla scadenza naturale del sindaco sospeso, certo è che il futuro sindaco di Napoli si troverà a gestire una situazione economica da brivido. Una eredità peggiore di quella che de Magistris raccolse da Rosa Iervolino.
Tutti sanno, infatti, che il dissesto del Comune è stato evitato grazie a due norme. Da un lato, il decreto salva-Comuni, venuto in soccorso dei Comuni in predissesto mettendo a loro disposizione - in presenza di un piano di risanamento credibile - somme consistenti da restituire in un decennio. Le difficoltà del piano predisposto a Napoli nell’ottenere il via libera sono state enormi, dal momento che la sezione regionale della Corte dei Conti era risoluta a dichiarare il dissesto del Comune, dato il buco di bilancio da un miliardo di euro e nessuna promessa credibile di risanamento. Ma poi, in un modo o nell’altro, il via libera è arrivato e oggi il piano di risanamento descrive una road map impercorribile, a meno di riforme radicali. Dall’altro lato, il Comune approfittava del pacchetto di decreti sui debiti della pubblica amministrazione che concedeva ulteriori importanti crediti, dando ossigeno alle società partecipate e allentando temporaneamente la morsa dei creditori. Questi salvataggi hanno messo però sul groppone del Comune oltre un miliardo e mezzo da rimborsare allo Stato, a suon di tasse locali, nei prossimi 30 anni.
Ma i problemi non finiscono qui e altre due norme vengono a turbare il futuro del sindaco che verrà. La riforma dei bilanci locali e la Legge di Stabilità del governo Renzi tentano, infatti, di dare una risposta a due questioni ulteriori: da un lato, le difficoltà croniche di alcuni Comuni italiani nel riscuotere tasse e tariffe, per cui nell’insieme delle loro casse mancano circa 45 miliardi (il 3% del pil del Paese); dall’altro, i vincoli asfissianti del Patto di Stabilità, che in alcuni casi impediscono ai Comuni di effettuare investimenti anche in presenza di risorse. Alla luce di tutto ciò, la riforma dei bilanci locali prevede che i Comuni dovranno creare un “fondo” a garanzia delle somme che non riescono a riscuotere e che varrà, per l’insieme dei Comuni, non meno di due miliardi e mezzo. In cambio di ciò, la manovra del governo allenterà gli obiettivi del Patto di Stabilità, ma solo a vantaggio dei Comuni virtuosi, che riescono a riscuotere tasse e tariffe. Tutto ciò peggiorerà ancora la situazione del Comune di Napoli, che riesce a incassare solo il 50% delle somme messe a bilancio e che registra persino peggioramenti delle percentuali di riscossione.
Insomma, col piano di risanamento che non funziona, un debito di oltre un miliardo e mezzo, una totale inadeguatezza della macchina comunale e con riforme che scaricano sui Comuni inefficienti gli oneri del Patto di Stabilità, c’è da credere che il futuro sindaco di Napoli avrà da svolgere una mission (quasi) impossible.

*Pubblicato con il titolo "Le tasse non riscosse che affondano il Comune"

Referendum "Stop austerità": obiettivo sfiorato, raccolte 400mila firme. La battaglia continua


Alla scadenza dei 90 giorni previsti dalla legge e dopo una estate passata ai banchetti, l'obiettivo delle 500mila firme non è stato raggiunto. Ce ne sono 400mila per il quesito di maggiore successo, oltre un milione e mezzo in totale. Insomma, non ce l'abbiamo fatta, ma siamo fieri di averci provato: unici a porre concretamente il tema della necessità di una politica economica diversa, espansiva e orientata alla piena occupazione, in un Paese che resta fermo nel tunnel della crisi.
Ma la mia battaglia contro l'austerità, cominciata già con la "Lettera degli economisti" del 2010, non finisce qui.

La battaglia contro l'austerità continua. Il comunicato stampa del Comitato promotore del referendum "Stop austerità":
7 ottobre 2014

Sedici europeisti, seppure con orientamenti politici e culturali diversi tra di loro, uniti nella critica all’attuale politica economica prevalente nel continente, dopo le elezioni europee hanno deciso di promuovere un referendum, “Stop Austerità”, per modificare la legge 243/2012, recante disposizioni per l'attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione. È così che è cominciata la nostra battaglia all’ottusa austerità, con due idee forti di fondo a guidarci.
La prima è che non eravamo convinti che la ripresa europea fosse iniziata né che gli effetti depressivi dell’austerità fossero finiti. Avevamo ragione, come ha dimostrato il crescente drammatico andamento della disoccupazione e l’avvio della deflazione in Italia e in Europa.
La seconda era la convinzione della necessità di trovare un modo per far pronunciare il popolo italiano, facendogli esprimere il suo giudizio su quelle politiche di austerità approvate in Parlamento la vigilia di Natale del 2012, in tutta fretta e di nascosto. Il rischio era quello che l’attuale crisi economica si legasse sempre più ad una crisi sociale ed entrambe ad una vera e propria crisi della democrazia.  Un rischio sempre più reale col passare del tempo.
Nel mese di luglio è partita la raccolta delle firme nel silenzio dei mezzi di comunicazione. Da settembre siamo riusciti ad attirare sul referendum l’attenzione crescente dell’opinione pubblica, anche a fronte del peggiorare persistente delle condizioni economiche in cui versano il Paese e l’Europa.
Il quesito su cui abbiamo raccolto più firme (quello che intende abrogare la corrispondenza dell’equilibrio di bilancio con l’obiettivo a medio termine concordato in sede europea) ne conta circa 400.000.  I quattro quesiti hanno raccolto, nel loro complesso, poco più di 1.500.000 firme. Il nostro ringraziamento va a tutti i cittadini che si sono impegnati con la loro firma ed il loro lavoro affinché l’iniziativa avesse successo.
E’ un risultato importante che ci porta a non desistere e a rilanciare, per sostenere una linea di politica economica alternativa per l’Europa e l’Italia. Una politica economica espansiva, necessaria per i paesi europei ma anche per il mondo intero. Molti sondaggi ci confortano: la propensione di disponibilità a votare i nostri referendum è fra le più alte, negli ultimi vent’anni, tra tutti i referendum abrogativi testati (ed è significativamente più alta della partecipazione alle ultime elezioni europee).
L’attuale volontà di non rispettare appieno i dettami del Fiscal Compact, specie in Francia ed in Italia, mentre conferma la giustezza ed il tempismo della nostra iniziativa, non deve illudere: rimane nei programmi pluriennali inviati alla Commissione europea da parte di questi Governi l’ottuso annuncio di rientri a tappe forzate, nei prossimi anni, a forza di maggiori tasse e minori investimenti pubblici. Non è possibile che la domanda interna di consumi e investimenti privati ritrovi slancio all’interno di annunci così ambigui e poco rassicuranti. La sola soluzione efficace rimane quella della sospensione senza se e senza ma della costruzione del Fiscal Compact.
Per tutti questi motivi non possiamo che rilanciare la battaglia contro l’austerità, anche con l’appoggio alla raccolta di firme a sostegno della legge di iniziativa popolare per riscrivere l'articolo 81 della Costituzione, ad iniziative analoghe di modifica che dovessero essere promosse in questa direzione in sede parlamentare nazionale ed europea per rivedere radicalmente il Fiscal compact. Il Comitato promotore proseguirà inoltre nei prossimi mesi la sua azione contro l’austerità con una serie di iniziative politiche su tutto il territorio, fra le quali eventualmente anche la raccolta di firme. Per continuare a chiedere uno STOP ALL’AUSTERITA’. La battaglia per un’Europa capace di innovare e crescere nella solidarietà reciproca non si ferma.

Le politiche della BCE e il cavallo di Keynes

Le politiche della BCE e il cavallo di Keynes
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 2 ottobre 2014

La BCE si riunisce a Napoli e tocca con mano i limiti delle misure che essa ha varato per rimettere in moto la crescita. Napoli è, infatti, una delle capitali di quelle periferie d’Europa - al pari di Atene o Lisbona - che perdono sempre più contatto dalle aree centrali del Continente. Da queste parti, l’azzeramento del costo del denaro e le operazioni straordinarie di rifinanziamento a favore delle banche commerciali non hanno minimante arrestato la decrescita.
C’è un problema di fondo nelle politiche della BCE e ha radici antiche. Dopo l’iperinflazione della Repubblica di Weimar, quando in Germania si stampavano banconote del valore di migliaia di miliardi, i tedeschi si dotarono di una Banca Centrale - la Bundesbank - indipendente dal potere politico, indisponibile ad assecondare i governi e finanziare la spesa pubblica, attenta esclusivamente alla stabilità dei prezzi. La storia italiana è diversa, anche se una “svolta tedesca” si ebbe nel 1981, quando la Banca d’Italia “divorziò” dal Tesoro e si stabilì il principio che essa non fosse più tenuta ad acquistare titoli del debito pubblico. Anche per questo, fu pacifico accettare che l’Unione Monetaria si dotasse di una BCE simile alla Bundesbank: una banca “conservatrice” - nel gergo degli economisti - che non finanzia la spesa pubblica e che ha nel controllo dei prezzi il suo obiettivo statutario.
Eppure lord Keynes aveva spiegato che una banca così concepita espone l’economia a un grave rischio. Finché il circuito economico non conosce intoppi, infatti, questo modello di banchiere centrale può funzionare. Ma quando scoppia la crisi sono guai. In questo caso, la banca centrale può anche impegnarsi ad abbassare il costo del credito e aprire i cordoni della borsa; tuttavia, come ricordava il buon Keynes, si può portare l’acqua al cavallo, ma non si può costringerlo a bere.  Fuor di metafora: perché gli imprenditori dovrebbero indebitarsi, sia pure a tassi bassissimi, se non c’è chi compra le loro merci? La politica monetaria, nel suo splendido isolamento, è largamente inefficace nel rimettere in moto l’economia e nel frenare la deflazione. Siccome poi è unica per tutti, e la sua azione è guidata da valori medi, può ancora meno per le periferie.
Gli americani hanno appreso la lezione keynesiana e si sono ben guardati dal dotarsi di una banca “conservatrice”. Dopo la crisi, Obama ha messo in campo il Recovery Act: oltre 800 miliardi di dollari finanziati per lo più con biglietti appena stampati dalla Banca Centrale e indirizzati verso politiche industriali mirate, la costruzione di grandi infrastrutture, il sostegno al reddito dei disoccupati. Insomma, la banca centrale che finanzia la spesa pubblica, politiche fiscali e monetarie coordinate, con la crisi che già è uno sbiadito ricordo. L’alternativa, è la recessione che viviamo in Europa.

Realfonzo sulla inefficacia della politica monetaria ripreso dal Washington Post

“If there’s a periphery of the euro zone’s periphery, that’s Naples”, said economist Riccardo Realfonzo, a former councilman of the Southern Italian city. “The gap between the debate at the Royal Palace in Capodimonte and everyday life can’t be filled with just monetary policy.”
The miracle would be if European governments finally agreed on expansive fiscal measures,” said economist Realfonzo. “Naples is the best proof of how even accommodative monetary policy is set to fail if not coupled with expansive fiscal policies.”

In difesa dell'Università e contro i tagli alla spesa pubblica

In difesa dell'Università e contro i tagli alla spesa pubblica
Realfonzo a "L'aria che tira"
La7, 24 settembre 2014


La favola dei superprotetti

La favola dei superprotetti
Flessibilità del lavoro, dualismo e occupazione in Italia
di Riccardo Realfonzo
www.economiaepolitica.it, 26 settembre 2014

In questo articolo chiarisco che i lavoratori italiani a tempo indeterminato godono di un livello di protezione inferiore a quello dei colleghi francesi e tedeschi. E questo anche perché le tutele dell’articolo 18 sono state già ampiamente depotenziate dalla riforma Fornero. Nell’articolo, inoltre, dimostro che il dualismo tra lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori a termine è molto più grave in Germania e in altri paesi dell’Eurozona che in Italia. In aggiunta a ciò, osservo - riprendendo un mio precedente contributo - che il grado generale di flessibilità del mercato del lavoro italiano è già stato portato in linea con la media europea, senza che però ciò abbia in alcun modo contribuito ad incrementare l’occupazione.
L’analisi è condotta su basi scientifiche – utilizzando il database OCSE sul mercato del lavoro – al riparo da faziosità e pregiudizi.
La conclusione è che l'introduzione del contratto a tutele crescenti potrebbe essere utile solo a condizione di cancellare la moltitudine di contratti super-precari e garantire progressivamente le tutele previste oggi per i lavoratori a tempo indeterminato.
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Realfonzo sul Jobs Act - RaiNews

Realfonzo sulla flessibilità del mercato del lavoro, sul dualismo tra lavoratori più e meno protetti e sul contratto a tutele crescenti
RaiNews, 17 settembre 2014



A Roma, in piazza, contro l'austerità

A Roma, in piazza, contro l'austerità
Piazza del Pantheon, 10 settembre 2014

Decisamente eterogeneo lo schieramento che si è presentato in piazza, a Roma, per sostenere il referendum "stop austerità" e chiedere una svolta di politica economica in Italia e in Europa.


Da sinistra verso destra: Riccardo Realfonzo, Danilo Barbi, Mario Baldassarri, Gustavo Piga (in piedi), Arturo Scotto, Gad Lerner, Stefano Fassina, Gianni Cuperlo.

Appesi allo Sblocca Italia

Appesi allo Sblocca Italia
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 24 agosto 2014

Le cronache estive hanno confermato che l’Italia resta nel tunnel della crisi, facendo anche peggio del resto dell’eurozona, e il governo prova a correre ai ripari. Stando agli annunci di Renzi,  in settimana dovrebbe arrivare il decreto Sblocca Italia, cui sono affidate alcune misure per rilanciare gli investimenti pubblici e privati; poi il primo ottobre avremo la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2014, cui il governo non intende accompagnare alcun intervento correttivo; e sempre a ottobre arriverà l’impianto della manovra per il 2015, che invece nelle intenzioni del governo dovrebbe prevedere una correzione dei conti pubblici di oltre 20 miliardi di euro, di cui ben 17 (oltre un punto di pil) mediante tagli alla spesa. Nello scenario che si va delineando, per il Mezzogiorno potrebbero esserci diverse novità: qualcuna positiva, qualcuna di effetto dubbio e altre molto preoccupanti.
Tra le notizie positive vi è la possibilità che lo Sblocca Italia possa rimettere in moto, attraverso commissariamenti e semplificazioni, alcune rilevanti opere pubbliche, annunciate e ferme da tempo, come l’atteso asse ferroviario Napoli-Bari. E dovrebbe finalmente prendere il via anche l’Agenzia per la Coesione Territoriale (cui però si è attribuita una natura troppo burocratico-amministrativa) che avrà il compito cruciale di migliorare la capacità di spesa dei fondi europei. Si tratta di un tema del massimo rilievo, se si pensa che dall’intera programmazione 2007-2013 dovrebbero essere teoricamente ancora disponibili per la spesa 13 miliardi per il 2014 e 17 per il 2015 (dati Svimez).
Molto più discutibile sarebbe invece l’effetto di un intervento, su cui il governo pare essere al lavoro, finalizzato a ridurre drasticamente il numero delle società partecipate dagli enti locali. Tutti sanno che queste società erogano talvolta servizi scadenti e possono essere il canale privilegiato per oscure reti clientelari. Ma, come l’esperienza insegna, è anche vero che il ricorso generalizzato alle privatizzazioni ha spesso effetti controproducenti, spogliando le comunità locali del controllo su servizi pubblici importanti (specie quando realizzate nel Mezzogiorno), generando aumenti delle tariffe, non garantendo i livelli occupazionali e salariali, con il risultato di acuire la crisi.
Tra le notizie certamente preoccupanti c’è il fatto che la manovra 2015 sembra delinearsi, sul piano della finanza pubblica, in continuità con il recente passato. Vi è insomma il rischio concreto che, nonostante la crisi e gli appelli per manovre espansive, il governo proceda con ulteriori politiche di austerità. Dal 2010 ad oggi, i governi italiani hanno effettuato manovre correttive (i cosiddetti “consolidamenti fiscali”) per poco più di 100 miliardi di euro, tra tagli della spesa pubblica e aumenti della pressione fiscale. E la crisi si è aggravata. Inoltre - questo è un dato che viene spesso trascurato - quei tagli della spesa pubblica (che deprimono l’economia anche più degli aumenti delle tasse) hanno colpito proporzionalmente più il Mezzogiorno che il Centro-Nord: hanno infatti pesato per il 5,5% sul pil meridionale e solo per il 2,8% su quello centro-settentrionale. Se il governo intendesse procedere ancora lungo questa direzione, non potranno esserci commissariamenti, semplificazioni ed eventuali privatizzazioni “azzeccate” che faranno uscire l’Italia e ancor più il Mezzogiorno dal tunnel.

"Non si cresce tagliando la spesa". Intervista a Riccardo Realfonzo

"Non si cresce tagliando la spesa". Intervista a Riccardo Realfonzo
di Roberto Ciccarelli
il manifesto, 7 agosto 2014

Siamo in recessione. Nel primo semestre del 2014 il pil si è ridotto dello 0,3% e a fine anno il governo rischia di far lievitare il rapporto deficit/pil oltre il 3%. 
Professore Riccardo Realfonzo, ordinario di economia all'Università di Benevento, dopo appena 200 giorni, siamo alla caporetto economica di Renzi?
Il punto è che l’impianto complessivo del Documento di Economia e Finanza del ministro Padoan si è posto in continuità con il passato. E oggi risulta ancora più evidente che io e altri avevamo ragione nel chiedere una discontinuità, una azione espansiva che rilanciasse l’intervento pubblico in chiave anti-crisi, andando oltre i vincoli europei sul deficit. E dire che lo stesso Renzi aveva attaccato i vincoli europei a inizio anno, definendoli “superati” e sottolineando la necessità di proporre una svolta keynesiana. Poi però Padoan ci ha presentato la solita vecchia ricetta: rispetto dei vincoli europei e tagli alla spesa pubblica come strumento per risanare i conti. E così ci troviamo sempre di fronte agli stessi risultati cui assistiamo dallo scoppio della crisi del 2007. Le politiche che puntano a generare avanzi primari, cioè eccessi del prelievo fiscale sulla spesa pubblica, accentuano la recessione e la disoccupazione, finendo per peggiorare anche i conti dello Stato. È sempre più urgente cambiare le politiche economiche.
L'Ue nicchia sul rinvio del pareggio di bilancio al 2016, il governo nega la manovra correttiva in autunno. L'unica soluzione è una sassata da 30 miliardi in autunno. Chi sarà colpito?
Una manovra con nuovi tagli alla spesa sarebbe una iattura, approfondirebbe ancora la crisi. La spesa pubblica italiana, pur avendo al suo interno intollerabili privilegi e gravi sacche di spreco, è già inferiore ai valori medi europei. In particolare, la spesa sanitaria, per l'istruzione, per il sostegno ai redditi dei cittadini meno abbienti. Ulteriori tagli cancellerebbero diritti sociali e ridurrebbero ancora la domanda. E ciò metterebbe in ulteriore difficoltà le imprese, che già soffrono per l’assenza di politiche industriali. Non si torna a crescere continuando a tagliare.
Le «riforme» chieste dall'Europa servono a curare la recessione?
Le riforme utili riguardano la riorganizzazione della macchina statale e la conseguente riqualificazione della spesa pubblica. Se, invece, il riferimento fosse a ulteriori liberalizzazioni del mercato del lavoro, allora cadremmo in nuovi errori. Molti studi che esaminano gli effetti della riduzione del grado di protezione del lavoro sull’occupazione dimostrano che queste liberalizzazioni non riducono la disoccupazione e non aumentano la competitività delle imprese.
La Bce chiede all'Italia «aggiustamenti strutturali»…
Piuttosto che dare indicazioni ai governi, le autorità monetarie dovrebbero disporsi a operare come la FED statunitense: soprattutto in recessione, sarebbe necessario che finanziassero direttamente la spesa pubblica. Purtroppo, in Europa prevale un modello di banca centrale di tipo tedesco e la BCE si guarda bene dal sostenere le politiche anticicliche dei governi.
Queste politiche accomodanti non creano bolle finanziarie che esplodono con effetti devastanti?
È un rischio che può essere evitato con politiche monetarie coordinate con le politiche fiscali. Ma restiamo ai fatti: oggi gli Usa hanno un Pil che è circa 9 punti più alto rispetto allo scoppio della crisi del 2007, mentre nell'Eurozona siamo ancora due punti sotto.
Si può uscire dal paradigma dell'«austerità espansiva» per cui servono ancora misure fiscali restrittive per ottenere la crescita? 
Certo, come stanno facendo gli USA e il Giappone. La difficoltà consiste nel fatto che i dogmi dell’austerità sono radicati nelle tecnocrazie europee e in particolare tra i banchieri centrali. E i popoli di Europa sino a oggi hanno finito col subire la volontà di soggetti e istituzioni in deficit di legittimazione democratica. 
Lei è tra i promotori del referendum stop austerità. Se fosse votato, in che modo contribuirebbe a migliorare questa situazione così cupa?
Il successo del referendum potrebbe essere decisivo, anche per quei governi che vogliono davvero provare a cambiare. Sarebbe una forte e democratica spinta dal basso per lasciarci alle spalle le politiche di austerità in Italia e in Europa. È giunta l’ora che i popoli europei facciano sentire la loro voce, contro politiche che hanno prodotto nell’Eurozona, dal 2007 ad oggi, circa 8 milioni di disoccupati. 

Il Mezzogiorno nella crisi, viene da dire "fujtevenne"

Viene da dire "fujtevenne"
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 31 luglio 2014

Scappatevene dal Mezzogiorno, “fujtevenne”, avrebbe ripetuto Eduardo De Filippo. E nessuno potrebbe restare immune da questa tentazione leggendo il Rapporto Svimez. Il Mezzogiorno è ormai un deserto sociale ed economico, in cui lo Stato investe sempre meno e taglia sempre più, le imprese falliscono, le famiglie cadono in miseria, le donne risultano estranee al mercato del lavoro, i giovani sono disoccupati e nel migliore dei casi precari, la popolazione sempre più anziana. Una realtà dalla quale, non c’è da meravigliarsi, negli ultimi dieci anni oltre un milione e mezzo di persone sono scappate via.
I numeri sono da brivido e non ammettono contraddittorio. Basti pensare che ormai il reddito medio di un meridionale vale poco più del 55 per cento di quello di un abitante del resto d’Italia: come accadeva nella metà degli anni ’50, come se l’intervento per il Mezzogiorno fosse stato del tutto assente o inutile. Oppure, basti pensare che nel solo 2013 si sono persi 280 mila posti di lavoro al Sud e le famiglie in condizione di povertà assoluta hanno così largamente superato il milione.
Una condizione a dir poco drammatica che, come correttamente rileva la Svimez, trova una parte della spiegazione nelle politiche economiche all’insegna dell’austerità con le quali i governi nazionali hanno reagito alla crisi scoppiata sul finire del 2007. In altri termini, la condizione del Mezzogiorno è risultata ampiamente aggravata dal fatto che, anziché sostenere l’economia, complici i famigerati vincoli europei, i governi hanno sottratto risorse, tagliando la spesa pubblica e aumentando il prelievo fiscale. Al Sud ancora più che al Nord. Si pensi che nel quadro di queste politiche i soli cittadini della Campania, ad esempio, hanno ceduto tra il 2010 e il 2014 poco meno di 9 miliardi di euro, tra meno spesa pubblica e più tasse. Con un effetto particolarmente doloroso per ciò che riguarda il taglio della spesa pubblica per le infrastrutture a sostegno dei cittadini e delle imprese, che addirittura misura oggi solo la quinta parte dei valori registrati mediamente negli anni ’70.
Le politiche economiche nazionali hanno quindi finito per alimentare il crollo della spesa delle famiglie per beni di consumo e ciò ha ulteriormente accentuato la spirale recessiva. Se mettiamo nel conto anche le difficoltà nell’accesso al credito, si comprende come mai le imprese abbiano bloccato totalmente gli investimenti produttivi, che infatti si sono più che dimezzati rispetto al periodo pre-crisi.
L’analisi chiarisce due cose su tutte che non vanno dimenticate. La prima è che non potrà esserci una ripresa stabile e duratura dell’economia italiana nel suo insieme senza un rilancio del Mezzogiorno; e questo non potrà avvenire senza un disegno lucido di politica industriale, adeguatamente finanziato, a sostegno della competitività delle imprese del Sud. La seconda è che la crisi economica si alimenta moltissimo nelle colpe del ceto politico meridionale: basti pensare all’imperdonabile ritardo con cui vengono spesi i fondi europei e al modo in cui essi vengono dispersi in mille rivoli, spesso al servizio delle clientele e non del tessuto produttivo. Insomma, senza maggiori risorse e una classe dirigente capace di spenderle per la crescita economica, la desertificazione meridionale risulterà un processo inarrestabile.

Un referendum contro l'austerità. Intervista a Riccardo Realfonzo

Un referendum contro l'austerità. Intervista a Riccardo Realfonzo
di Alessio Viscardi
Fanpage, 29 luglio 2014

Quattro "sì" per dire "no" all'austerità. Il proposito del movimento raccoltosi attorno all'economista ed ex-assessore al Bilancio del Comune di Napoli, Riccardo Realfonzo, è quello di chiamare alle urne gli italiani per chiedere l'abolizione del pareggio di bilancio costituzionale e la fine dei vincoli dettati dalle direttive europee del fiscal compact.