Napoli, le dimissioni del vicesindaco. Ma ormai è tardi

Ormai è tardi, Luigi. Questo sacrificio non ti farà vincere
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 17 giugno 2015

Una pedina da sacrificare per provare a salvarsi. Nulla più di questo rappresenta ormai per il sindaco di Napoli Luigi de Magistris il suo ex vice Tommaso Sodano. Ma è tardi, e la stagione di de Magistris è irrimediabilmente segnata dal trionfo della più vecchia e becera politica di cui Sodano è stato “esemplare” rappresentante.
Erano i primi del giugno 2011, quando io e i pochi altri che si erano battuti sin dal principio per un rinnovamento amministrativo apprendemmo che il neoeletto sindaco stava riflettendo sulla designazione del vicesindaco. In corsa eravamo in due, Sodano ed io. La mia linea era nota e aveva caratterizzato la campagna elettorale: trasparenza sul bilancio, riforma della macchina comunale, taglio a sprechi e clientele nelle società partecipate, zero auto blu, alcune dismissioni, più risorse per i servizi ai cittadini. Sul piano delle alleanze, apertura anche alla società civile più vicina al Pd. Tutto molto difficile, ma d’altronde questo era il livello della sfida da tanti invocata. Della linea di Sodano non si sapeva molto, tranne il suo demagogico “no” a qualunque ciclo industriale dei rifiuti e le aperture all’assistenzialismo chiesto da alcuni movimenti dei disoccupati. Fatto sta che de Magistris scelse Sodano e con quella scelta si consegnò mani e piedi alla vecchia politica.
Di che pasta era fatto Sodano lo capimmo molto presto. Mi riferisco al modo in cui gestì le assunzioni in ASIA - la società del Comune che effettua il servizio di raccolta dei rifiuti - di alcune centinaia di dipendenti delle società private cui era stato appaltato negli anni una parte del servizio. Prima favorì l’espulsione del manager Raphael Rossi, che provava a implementare un modello organizzativo efficiente in ASIA; poi avallò un’operazione che violava impunemente le delibere comunali sul controllo delle partecipate, e che si presentava come assai discutibile anche sul piano della normativa nazionale, senza nemmeno avere la compiacenza di informare i colleghi di Giunta. Dopo di allora andò sempre così. Sodano era sistematicamente contro tutte le proposte di delibera che provavano ad attuare il programma elettorale. Ad esempio, si scagliò contro le misure di Giuseppe Narducci per regolarizzare i mercati e dare battaglia agli abusivi, e fu - a dispetto delle indagini della Corte dei Conti - grande sostenitore della transazione con la Romeo, che allora gestiva il patrimonio immobiliare. Poi si mise di traverso sulle operazioni di trasparenza del bilancio che proponevo, inclusa la famosa delibera del maggio 2012 che imponeva agli uffici di riesaminare le partite creditorie del Comune per fare finalmente emergere il clamoroso buco di bilancio. Si trattava della delibera che mi costò il posto in Giunta e che riuscii a fare passare solo perché l’anteposi alla approvazione del bilancio di previsione, grazie al sostegno di Narducci e di alcuni dirigenti di grande responsabilità (che, si badi bene, non mancano in Comune). 
Noi tutti ce ne siamo andati e Sodano è diventato sempre più padrone del campo, completando l’opera di tradimento del mandato elettorale.
Ma oggi Sodano non  serve più. A pesare non sono tanto gli scontri personali che pure ci saranno stati con il sindaco quando era “in strada”, né forse le vicende che lo vedono sotto processo. Il fatto è che oggi de Magistris sa di non avere speranze di rimanere sindaco, né forse un futuro politico, senza il sostegno di una parte del Pd. E allora via Sodano e spazio a un nuovo vice più dialogante. Ma è tardi, gli errori commessi pesano troppo, gli entusiasmi sono svaniti, e a meno che l’istinto suicida del Pd non compia un capolavoro, il prossimo anno avremo finalmente un nuovo sindaco.

Sud e Napoli, ecco la paralisi

Sud e Napoli, ecco la paralisi
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 10 giugno 2015

Le dichiarazioni del presidente emerito Giorgio Napolitano sull’assenza di una “strategia” per lo sviluppo del Mezzogiorno e sul “disfarsi dell’attività amministrativa” napoletana ben difficilmente troveranno una efficace smentita.
Sul piano nazionale, fin quando Graziano Delrio ha ricoperto l’incarico di plenipotenziario di Renzi, il deficit di elaborazione e proposta del Governo era in parte compensato da un’azione di raccordo istituzionale e spinta operativa su più fronti: dalla spesa dei fondi europei allo start-up dell’Agenzia per la Coesione Territoriale, fino a vertenze industriali-territoriali come Gioia Tauro, Termini Imerese, Taranto. L’impressione adesso è che, migrato Delrio al Ministero delle Infrastrutture, nessuno sappia su quale scrivania di Palazzo Chigi si trovi il dossier Mezzogiorno. A riguardo, gli esiti della vicenda Bagnoli - intervento governativo con decretazione di urgenza e successiva inerzia su nomina del commissario e individuazione del soggetto attuatore - sono significativi.
Se il Governo non riesce ancora a varare una azione incisiva per il Sud, sul piano regionale e locale scontiamo limiti certamente più gravi. Con tutta probabilità, il quinquennio di governo del centro-destra alla Regione Campania segnerà un record negativo continentale per il fallimento registrato nell’utilizzo dei fondi europei: non c’è una sola misura o un solo “grande progetto” della Giunta Caldoro che sia stato portato a conclusione o che abbia avuto effetti positivi apprezzabili sul tessuto economico e sociale campano. Scendendo sul piano metropolitano le cose vanno anche peggio. Continuiamo ad assistere allo stallo persino sullo statuto della Città Metropolitana ed è ormai sin troppo evidente che sulle politiche urbanistiche e di sviluppo di area vasta il micro-ceto politico aggregatosi intorno a de Magistris non sa cosa fare. E così, mentre dagli uffici stampa comunali partono inviti a sagre e tornei sportivi, il Progetto Genesis - uno dei pochi interventi di sviluppo previsti nel territorio del Comune, finalizzato a creare un distretto dell’indotto Whirpool - non decolla dopo un iter di ben tredici anni. Per di più, il caso del porto di Napoli - con l’assenza di un accordo tra Governo, Regione e Comune sulla presidenza dell’Autorità Portuale - dimostra come la paralisi istituzionale possa farci perdere occasioni e somme ingenti.
Auguriamoci che le parole di Napolitano siano di monito per la nuova stagione che va aprendosi nel governo regionale e per quella che a breve si schiuderà al Comune di Napoli, e ci aiutino a recuperare un po’ di serietà e di buona politica.

Le distanze crescenti che minacciano l'Europa

Le distanze crescenti che minacciano l'Europa
di Riccardo Realfonzo
Corriere della Sera, 7 giugno 2015

L’allarme lanciato in Portogallo, al termine del mese scorso, dal presidente della BCE Mario Draghi va al cuore del problema: nell’Eurozona sono in atto “profonde e crescenti divergenze” tra i Paesi che “tendono a diventare esplosive” e “possono arrivare a minacciare l'esistenza dell'Unione monetaria”.
In effetti, la scarsa capacità di crescita dell’Eurozona, con il valore complessivo del Pil che resta ancora al di sotto del livello pre-crisi, desta preoccupazione. Ma l’aspetto più grave è proprio la forza centrifuga che sembra dominare l’area euro, con il centro del Continente in crescita e diverse regioni periferiche sostanzialmente ferme, quando non in recessione. I dati ufficiali confermano l’allarme sollevato da Draghi. Dopo il 2007-2008, come registra il coefficiente di variazione del tasso di crescita del Pil pro capite, i differenziali di sviluppo tra i diversi Paesi sono aumentati vistosamente, al punto che ad esempio tra Germania e Italia si sono accumulati 14 punti di differenza nella crescita del Pil. E anche i dati relativi ai tassi di disoccupazione, alle insolvenze delle imprese e alle condizioni della finanza pubblica confermano l’azione dei processi di divergenza.
Queste evidenze empiriche rendono ormai difficilmente difendibile la tradizionale tesi della Commissione Europea. Si tratta dell’idea –  espressa sin dal 1990, nel famoso One Market, One Money e ribadita anche in recenti documenti ufficiali – secondo cui la moneta unica e l’integrazione commerciale, combinate con le politiche di austerità e la flessibilità dei mercati, avrebbero favorito la convergenza e la coesione tra i Paesi. Le stesse evidenze sembrano invece confermare il punto di vista alternativo degli economisti keynesiani, per cui l’integrazione commerciale e monetaria generano processi cumulativi che tendono piuttosto a concentrare lo sviluppo nelle aree più forti, finendo per accentuare le divergenze territoriali. È in fondo questa la tesi del monito degli economisti che abbiamo promosso e pubblicato nel 2013 sul Financial Times, secondo il quale i processi di divergenza, se non arrestati, comprometteranno la tenuta dell’eurozona. Una tesi alla quale tra una dichiarazione e l’altra sembra propendere anche il presidente della BCE.
Come lo stesso Draghi ha sottolineato, in questi anni si sono fatti numerosi passi avanti nella direzione delle riforme strutturali: si pensi alle deregolamentazioni del mercato del lavoro attuate nell’ultimo ventennio e alle riforme implementate nei mercati dei prodotti. Ma per innescare tangibili processi di convergenza tra i Paesi membri dell’euro occorrerebbe un approccio di politica economica più generale, che punti anche a nuove politiche industriali e al sostegno della domanda. Senza affrontare le differenze nelle infrastrutture materiali e immateriali dei territori, nella qualità dei tessuti produttivi, nei modelli di specializzazione e nelle condizioni della domanda aggregata di beni e servizi, che resta asfittica nei Paesi periferici, sarà sempre più difficile contrastare le divergenze che minacciano la sopravvivenza dell’euro e dell’Unione europea.

Grazie Vozza ma è meglio votare per De Luca

Grazie Vozza ma è meglio votare per De Luca
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 22 maggio 2015

Caro Direttore, il candidato alla presidenza della Regione Campania per Sinistra al lavoro, Salvatore Vozza, nei giorni scorsi ha indicato il mio nome come futuro assessore al bilancio e allo sviluppo di una sua eventuale giunta regionale. Sono lusingato per questa manifestazione di stima nei miei confronti e desidero ringraziarlo pubblicamente. Dal canto mio, ho maturato una convinzione sulle imminenti elezioni regionali: io credo che i cittadini della Campania dovrebbero esprimere un voto che assolutamente impedisca una conferma di Stefano Caldoro e della sua compagine.
Il punto è che l’economia della Campania versa in condizioni drammatiche. I record negativi che la regione ha collezionato uno dopo l’altro – in termini di tassi di disoccupazione, riduzioni del Pil, fallimenti delle imprese, passivi della bilancia commerciale, emigrazioni – sono documentati dalle statistiche ufficiali e ci vedono quasi sempre fanalino di coda in Italia. Personalmente, ho più volte argomentato che una parte delle responsabilità sia da imputare alle politiche europee e al sistema di vincoli alle politiche pubbliche che sta acuendo le disparità tra centri e periferie, alimentando meccanismi di divergenza alla lunga insostenibili. Tuttavia, una parte rilevante del disastro di fronte al quale ci troviamo va attribuito all’operato della Giunta Caldoro. Essa si è resa infatti protagonista di una politica delle finanze regionali scellerata, improntata a una inerte applicazione “ragionieristica” dei vincoli europei, in assenza di qualunque strategia di programmazione economica e territoriale. L’applicazione meccanica dei vincoli ha portato la Giunta a tagliare selvaggiamente la spesa in settori cruciali per i diritti sociali dei cittadini e per il sostegno alle imprese. Penso agli interventi sul sistema sanitario regionale, che hanno gravemente compromesso il diritto alla salute ampliando ulteriormente le disuguaglianze sociali, e penso ai trasporti, dove i tagli hanno ulteriormente deteriorato un sistema produttivo già segnato da gravi carenze infrastrutturali. Al tempo stesso, la Giunta ha dissipato le uniche vere risorse a disposizione per la crescita, i fondi europei. Nell’incapacità totale di programmare alcunché, quando non sono stati restituiti al mittente i fondi sono stati dispersi in mille rivoli, alimentando un meccanismo clientelare utile al rafforzamento di questo o quel politico locale ma che si è rivelato rovinoso per le imprese, per i lavoratori e soprattutto per le nuove generazioni.
Per queste ragioni, la priorità è fermare Caldoro per scongiurare un prolungamento della fallimentare esperienza amministrativa del centrodestra in Campania. È indispensabile che il voto esprima una volontà di rottura con le politiche dell’ultimo quinquennio, ed è innegabile che l’unica forza che oggi può riuscire nell’intento è il centrosinistra che fa capo al Pd guidato da Vincenzo De Luca. Il mio auspicio, dunque, è che le elezioni siano vinte da questa formazione, e che poi il governo De Luca abbia la lungimiranza di costruire un programma d’azione che possa anche aprirsi ai contributi di tutte le forze vive della sinistra campana e del civismo, e che soprattutto sia in grado di segnare una svolta tangibile rispetto alle esperienze amministrative degli ultimi anni.

L'Italia riparte? E il Mezzogiorno? Riccardo Realfonzo a UnoMattina

L'Italia riparte? E il Mezzogiorno? Riccardo Realfonzo a UnoMattina
UnoMattina in Famiglia, Rai 1, 16 maggio 2015


La nuova economiaepolitica.it

La nuova economiaepolitica.it
La redazione
economiaepolitica.it, 18 maggio 2015

Ecco on line la nuova economiaepolitica.it. Da oggi la nostra rivista esce con un sito completamente rinnovato, più versatile e adeguato alla consultazione con tablet e smartphone, nuovi servizi e una organizzazione ben più ricca degli articoli e dei video, nonché una nuova sezione su “il pensiero economico” con la finalità di rendere più chiari i principi fondamentali della critica all’economia politica del mainstream e i caratteri del confronto teorico tra le grandi scuole. E anche la redazione si arricchisce con nuove competenze di qualità.

La nostra rivista è nata nel dicembre 2008 da una idea di Riccardo Realfonzo e immediatamente intorno ad essa e al suo autorevole comitato scientifico – a cui sedevano Luciano Gallino, Pierangelo Garegnani e Augusto Graziani – si raccolsero numerosi economisti e altri studiosi di scienze sociali di formazione classico-keynesiana e critica verso i dogmi liberisti. Si trattava di quella parte dell’accademia italiana che già nel 2006 aveva proposto un appello per la stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e pil, sottolineando gli effetti recessivi delle politiche di “lacrime e sangue” da più parti invocate per abbattere il debito, e che nel 2007 (nel convegno di Roma su L’economia della precarietà, atti pubblicati dalla manifestolibri) aveva lanciato l’allarme sulla grande crisi che incombeva, sottolineando la necessità di fronteggiarla con politiche di bilancio espansive.

Da allora, economiaepolitica.it si è costantemente sforzata di offrire un punto di vista scientifico e frequentemente critico sulle principali decisioni di politica economica che si sono venute imponendo sulla scena italiana ed europea: dalle politiche fiscali restrittive ai tagli dello stato sociale, dalle privatizzazioni alle deregolamentazioni del mercato del lavoro, e così via.

In questi anni abbiamo pubblicato numerose centinaia di articoli, rigorosamente inediti, che periodicamente hanno suscitato l’attenzione dei media, per quanto i grandi giornali e le televisioni restino comunque poco sensibili alle tesi keynesiane, a dispetto dei disarmanti insuccessi registrati dal mainstream in termini di capacità di prevedere le dinamiche della crisi ed efficacia delle politiche economiche. A dispetto di ciò, abbiamo tirato diritto per la nostra strada, ospitando alcune tra le più illustri firme dell’economia politica internazionale, e promuovendo campagne di informazione e dibattiti. È il caso di citare almeno la Lettera degli economisti del 2010, con la quale diverse centinaia di studiosi italiani e stranieri hanno denunciato i danni delle politiche di austerità in Europa, l’accentuarsi dei processi di divergenza all’interno dell’eurozona e i drammatici rischi di tenuta della moneta unica. Una impostazione che è poi sfociata nel monito degli economisti del 2013, pubblicato dal Financial Times e in italiano da economiaepolitica.it, con il quale si chiarisce che proseguendo con le politiche di austerità e affidando il riequilibrio europeo alle sole “riforme strutturali”, l’esperienza della moneta unica si esaurirà.

Con la nuova economiaepolitica.it continuerà il nostro sforzo per approfondire in chiave critica e scientifica i grandi temi dell’efficacia delle politiche fiscali e monetarie, dell’assetto dell’Unione Monetaria Europea, dello sviluppo e della distribuzione della ricchezza, delle condizioni del lavoro, dei beni comuni, dell’ambiente, dei mercati finanziari internazionali. E il premio per questi nostri sforzi continuerà a essere il gradimento dei lettori, la loro partecipazione, il loro stimolo ad affinare il pungolo della nostra analisi e della nostra critica.

Il Jobs act rimescola ma non crea lavoro




Il Jobs act rimescola ma non crea lavoro
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 1 maggio 2015

Oggi è la festa del lavoro ma per tanti il lavoro non c’è più o resta un miraggio. Basti pensare che rispetto al 2008, prima della crisi, la disoccupazione è raddoppiata e solo nel Sud si conta ben oltre un milione di persone in cerca attiva di un impiego. Per questo, molti affidano le speranze al Jobs Act, entrato in vigore a marzo, e agli incentivi alle imprese in forma di “sconti” sui contributi previdenziali e assistenziali (decontribuzioni) per i nuovi assunti, operativi già da gennaio.
Il balletto delle cifre è in corso, sebbene sia ancora prestissimo per valutare gli effetti del Jobs Act, ma temo sia facile prevederne gli esiti. Come chiarito dallo stesso Fondo Monetario Internazionale, infatti, le deregolamentazioni del mercato del lavoro, come quelle previste dal Jobs Act, non hanno avuto effetti occupazionali significativi nella recente storia europea. La verità è che i livelli di produzione e di occupazione delle nostre imprese dipendono dalla domanda di merci e servizi che esse riescono a catturare, e i cambiamenti delle normative sul lavoro in ciò possono ben poco. Sotto questo aspetto, al netto di effetti temporanei, il risultato rischia di essere solo un rimescolamento nel ricorso alle forme contrattuali: una riduzione del numero di contratti di lavoro a termine e un aumento di quelli a tempo indeterminato (a tutele crescenti).
Più efficaci potrebbero essere le decontribuzioni che, abbattendo il costo del lavoro per le imprese, possono renderle più competitive. In questo modo si possono creare le condizioni per catturare una domanda un po’ più ampia, aumentando le esportazioni. Tuttavia, le merci del Mezzogiorno entrano nel mercato internazionale delle merci a tecnologia molto tradizionale nel quale trovano la concorrenza di imprese di Paesi aggressivi – in cui ad esempio i diritti dei lavoratori (che sono costi per le imprese) sono risibili – e i divari nei costi di produzione tra noi e quei Paesi ben difficilmente possono essere colmabili.
Insomma, nel Mezzogiorno anche le decontribuzioni scontano i limiti di un sistema produttivo inefficiente, tecnologicamente inadeguato, in un contesto povero di infrastrutture avanzate e privo di capacità amministrative. Prendiamo il caso Whirlpool. Ora che è scoppiata questa ulteriore crisi aziendale, la giunta regionale campana corre ai ripari e stanzia risorse. Ma domandiamoci come mai la Whirlpool intende chiudere lo stabilimento del casertano e al tempo stesso creare nelle Marche una grande fabbrica per la produzione di piani cottura.

Se il Sud butta i soldi

Se il Sud butta i soldi. L'incredibile caso del porto di Napoli
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 17 aprile 2015

È proprio vero che i nemici maggiori dello sviluppo produttivo del Mezzogiorno si trovano nel Mezzogiorno stesso. La vicenda illustrata dal Corriere del Mezzogiorno di ieri è solo l’ultimo, vergognoso, caso di sperpero di cui si è resa protagonista la nostra classe politico-amministratrice. Il fatto è che nei giorni scorsi, con alcuni atti notarili, il neocommissario dell’autorità portuale è stato costretto a dire definitivamente addio a ben 42 milioni stanziati con la legge Lunardi nel 2005, che avrebbero dovuto consentire rilevanti opere di ampliamento e riqualificazione del porto di Napoli. Semplicemente, negli anni scorsi non si è riusciti a spendere quei soldi, con buona pace delle imprese, dei lavoratori e di tutti gli operatori che direttamente e indirettamente avrebbero tratto beneficio dalle opere.
E dire che il Mezzogiorno ha una fame disperata di risorse. L’economia sprofonda, la disoccupazione continua a crescere, il divario con il Centro-Nord aumenta e ciò che manca sono soprattutto gli investimenti pubblici e privati. Basti pensare che oggi gli investimenti pubblici in infrastrutture per il Mezzogiorno si fermano solo a un quinto dei valori massimi registrati negli anni ’70 e che in pochi anni, dallo scoppio della crisi del 2008, gli investimenti privati si sono più che dimezzati. Non serve un dottorato in macroeconomia per capire che senza una politica industriale organica, assistita da investimenti infrastrutturali adeguatamente finanziati, il Mezzogiorno non troverà in sé le forze per riprendersi.
E ciò nonostante le scarse risorse che arrivano, a cominciare da quelle europee, continuano ad essere usate impropriamente e dissipate - troppo spesso per inseguire interessi particolari e clientele - o restituite al mittente perché, grazie tante, ma non ne abbiamo bisogno. È una storia che si ripete e che, con ogni probabilità, tornerà a interessare ancora Napoli e il suo porto, considerato che i fondi del Grande progetto europeo per il rilancio del porto (oltre 150 milioni) andrebbero spesi entro il 2015 e a questo punto ci sono poche possibilità che questo avvenga.
Questa storia infinita di sperperi e occasioni mancate dovrebbe farci capire alcune cose. In primo luogo, che non possiamo fare finta di indignarci per i commissariamenti da Roma, e men che meno può farlo una classe amministratrice che ha fatto del “cambiare tutto per non cambiare nulla” la sostanza della propria azione. In secondo luogo, che sul decollo produttivo del Mezzogiorno continua a gravare un tappo sociale costituito da una grigia borghesia politico-amministratrice che si alimenta nell’economia sussidiata ed è ostile allo sviluppo produttivo.

Presentato a Napoli il primo master universitario italiano sul commercio elettronico

A Napoli il primo master universitario italiano sul commercio elettronico
In Italia produce un giro di affari di 18 miliardi annui

(ANSA) - NAPOLI, 15 APR - "L'e-commerce è diventato oggi una scelta obbligata e un canale cruciale per le imprese che vogliano fare business sia nel nostro Paese sia su scala globale. L'Italia è conosciuta nel mondo per i suoi prodotti di abbigliamento, calzature, accessori, moda, arredo, design, vino e prodotti alimentari-gastronomici di qualità e tutte le piccole e medie imprese italiane che producono e/o commercializzano questo tipo di prodotti hanno degli spazi di mercato straordinari". Così Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il Consorzio del commercio elettronico italiano, ha aperto stamane all'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli la sua relazione su "Le opportunità del commercio elettronico per le piccole e medie imprese" in occasione della presentazione del primo Master universitario italiano sul commercio elettronico.
Si tratta del master in "E-commerce management" ideato e organizzato dall'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e dall'Università del Sannio, con la collaborazione proprio di Netcomm. Alla presentazione sono intervenuti i rettori delle due Università, Lucio d'Alessandro e Filippo de Rossi, il direttore scientifico e didattico del Master, l'economista Riccardo Realfonzo e il Presidente di Netcomm, Roberto Liscia, che ha aperto la giornata disegnando gli scenari e le opportunità di un mercato in grande espansione. "Tecnicamente stiamo parlando di una platea di oltre 1 miliardo di consumatori che abitualmente compra online - ha evidenziato Liscia - una platea per altro particolarmente affascinata dal Made in Italy in tutte le sue sfaccettature, e di 2,6 miliardi di individui che quotidianamente sono su internet. Ma in Italia stiamo perdendo competitività a livello globale e non riusciamo a sfruttare il potenziale di domanda anche per la carenza di figure professionali complete. Da questo punto di vista la formazione gioca un ruolo fondamentale, proprio perché servono competenze mirate e specifiche per aiutare le imprese a strutturare e migliorare la nostra presenza sul web. Ed è da questa esigenza che è nato il sostegno convinto di Netcomm al percorso formativo di alta specializzazione post laurea ideato dal Suor Orsola e dall'Università del Sannio, perché è evidente che in un ambito in cui la crescita economica che registriamo è in aumento così rapido e costante i profili con competenze mirate e conoscenze digitali avanzate saranno sicuramente premiati dal mondo delle imprese".
Un tema quello delle prospettive occupazionali che è stato sostenuto anche dai numeri presentati dal direttore scientifico e didattico del Master, Riccardo Realfonzo. "A dispetto della crisi, il settore del commercio elettronico - ha spiegato Realfonzo - cresce a ritmi molto sostenuti e ha ormai raggiunto in Italia un giro di affari di circa 18 miliardi di euro. Ma viste le grandi prospettive di ulteriore crescita è auspicabile che l'industria del commercio elettronico italiano diventi sempre più competitiva, considerato che il valore delle esportazioni italiane generato dal web è ancora inferiore alle importazioni, e che dunque ancora non si riesce a valorizzare adeguatamente il made in Italy ed è proprio per questo che servono investimenti importanti sulla formazione di nuove competenze, esattamente quello che stiamo facendo con questo nuovo percorso di alta formazione che unisce università ed aziende".
(ANSA).
COM-TOR/
S44 QBXO

Il primo master universitario italiano sul commercio elettronico

Il primo master italiano sul commercio elettronico

Per dare un impulso al sistema produttivo italiano l'Università non può concentrarsi solo sulla ricerca di base e sulla teoria pura, ma deve sapersi confrontare anche con le esigenze formative del territorio e delle imprese, in un contesto in continuo cambiamento. Nasce così, a Napoli, il primo master che rilascia un titolo universitario sul commercio elettronico, uno dei pochi settori in forte crescita nel nostro Paese. Si tratta del master di primo livello in E-commerce management, promosso congiuntamente dall'Università del Sannio e dall'Univesità Suor Orsola Benincasa, con la collaborazione di Netcomm (il consorzio italiano del commercio elettronico). Il master - la cui direzione scientifica e didattica è affidata ai rettori dei due atenei e a me - verrà presentato a Napoli mercoledì 15 aprile alle 11,30. Qui il bando.