Realfonzo sul Jobs Act - RaiNews

Realfonzo sulla flessibilità del mercato del lavoro, sul dualismo tra lavoratori più e meno protetti e sul contratto a tutele crescenti
RaiNews, 17 settembre 2014



A Roma, in piazza, contro l'austerità

A Roma, in piazza, contro l'austerità
Piazza del Pantheon, 10 settembre 2014

Decisamente eterogeneo lo schieramento che si è presentato in piazza, a Roma, per sostenere il referendum "stop austerità" e chiedere una svolta di politica economica in Italia e in Europa.


Da sinistra verso destra: Riccardo Realfonzo, Danilo Barbi, Mario Baldassarri, Gustavo Piga (in piedi), Arturo Scotto, Gad Lerner, Stefano Fassina, Gianni Cuperlo.

Appesi allo Sblocca Italia

Appesi allo Sblocca Italia
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 24 agosto 2014

Le cronache estive hanno confermato che l’Italia resta nel tunnel della crisi, facendo anche peggio del resto dell’eurozona, e il governo prova a correre ai ripari. Stando agli annunci di Renzi,  in settimana dovrebbe arrivare il decreto Sblocca Italia, cui sono affidate alcune misure per rilanciare gli investimenti pubblici e privati; poi il primo ottobre avremo la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2014, cui il governo non intende accompagnare alcun intervento correttivo; e sempre a ottobre arriverà l’impianto della manovra per il 2015, che invece nelle intenzioni del governo dovrebbe prevedere una correzione dei conti pubblici di oltre 20 miliardi di euro, di cui ben 17 (oltre un punto di pil) mediante tagli alla spesa. Nello scenario che si va delineando, per il Mezzogiorno potrebbero esserci diverse novità: qualcuna positiva, qualcuna di effetto dubbio e altre molto preoccupanti.
Tra le notizie positive vi è la possibilità che lo Sblocca Italia possa rimettere in moto, attraverso commissariamenti e semplificazioni, alcune rilevanti opere pubbliche, annunciate e ferme da tempo, come l’atteso asse ferroviario Napoli-Bari. E dovrebbe finalmente prendere il via anche l’Agenzia per la Coesione Territoriale (cui però si è attribuita una natura troppo burocratico-amministrativa) che avrà il compito cruciale di migliorare la capacità di spesa dei fondi europei. Si tratta di un tema del massimo rilievo, se si pensa che dall’intera programmazione 2007-2013 dovrebbero essere teoricamente ancora disponibili per la spesa 13 miliardi per il 2014 e 17 per il 2015 (dati Svimez).
Molto più discutibile sarebbe invece l’effetto di un intervento, su cui il governo pare essere al lavoro, finalizzato a ridurre drasticamente il numero delle società partecipate dagli enti locali. Tutti sanno che queste società erogano talvolta servizi scadenti e possono essere il canale privilegiato per oscure reti clientelari. Ma, come l’esperienza insegna, è anche vero che il ricorso generalizzato alle privatizzazioni ha spesso effetti controproducenti, spogliando le comunità locali del controllo su servizi pubblici importanti (specie quando realizzate nel Mezzogiorno), generando aumenti delle tariffe, non garantendo i livelli occupazionali e salariali, con il risultato di acuire la crisi.
Tra le notizie certamente preoccupanti c’è il fatto che la manovra 2015 sembra delinearsi, sul piano della finanza pubblica, in continuità con il recente passato. Vi è insomma il rischio concreto che, nonostante la crisi e gli appelli per manovre espansive, il governo proceda con ulteriori politiche di austerità. Dal 2010 ad oggi, i governi italiani hanno effettuato manovre correttive (i cosiddetti “consolidamenti fiscali”) per poco più di 100 miliardi di euro, tra tagli della spesa pubblica e aumenti della pressione fiscale. E la crisi si è aggravata. Inoltre - questo è un dato che viene spesso trascurato - quei tagli della spesa pubblica (che deprimono l’economia anche più degli aumenti delle tasse) hanno colpito proporzionalmente più il Mezzogiorno che il Centro-Nord: hanno infatti pesato per il 5,5% sul pil meridionale e solo per il 2,8% su quello centro-settentrionale. Se il governo intendesse procedere ancora lungo questa direzione, non potranno esserci commissariamenti, semplificazioni ed eventuali privatizzazioni “azzeccate” che faranno uscire l’Italia e ancor più il Mezzogiorno dal tunnel.

"Non si cresce tagliando la spesa". Intervista a Riccardo Realfonzo

"Non si cresce tagliando la spesa". Intervista a Riccardo Realfonzo
di Roberto Ciccarelli
il manifesto, 7 agosto 2014

Siamo in recessione. Nel primo semestre del 2014 il pil si è ridotto dello 0,3% e a fine anno il governo rischia di far lievitare il rapporto deficit/pil oltre il 3%. 
Professore Riccardo Realfonzo, ordinario di economia all'Università di Benevento, dopo appena 200 giorni, siamo alla caporetto economica di Renzi?
Il punto è che l’impianto complessivo del Documento di Economia e Finanza del ministro Padoan si è posto in continuità con il passato. E oggi risulta ancora più evidente che io e altri avevamo ragione nel chiedere una discontinuità, una azione espansiva che rilanciasse l’intervento pubblico in chiave anti-crisi, andando oltre i vincoli europei sul deficit. E dire che lo stesso Renzi aveva attaccato i vincoli europei a inizio anno, definendoli “superati” e sottolineando la necessità di proporre una svolta keynesiana. Poi però Padoan ci ha presentato la solita vecchia ricetta: rispetto dei vincoli europei e tagli alla spesa pubblica come strumento per risanare i conti. E così ci troviamo sempre di fronte agli stessi risultati cui assistiamo dallo scoppio della crisi del 2007. Le politiche che puntano a generare avanzi primari, cioè eccessi del prelievo fiscale sulla spesa pubblica, accentuano la recessione e la disoccupazione, finendo per peggiorare anche i conti dello Stato. È sempre più urgente cambiare le politiche economiche.
L'Ue nicchia sul rinvio del pareggio di bilancio al 2016, il governo nega la manovra correttiva in autunno. L'unica soluzione è una sassata da 30 miliardi in autunno. Chi sarà colpito?
Una manovra con nuovi tagli alla spesa sarebbe una iattura, approfondirebbe ancora la crisi. La spesa pubblica italiana, pur avendo al suo interno intollerabili privilegi e gravi sacche di spreco, è già inferiore ai valori medi europei. In particolare, la spesa sanitaria, per l'istruzione, per il sostegno ai redditi dei cittadini meno abbienti. Ulteriori tagli cancellerebbero diritti sociali e ridurrebbero ancora la domanda. E ciò metterebbe in ulteriore difficoltà le imprese, che già soffrono per l’assenza di politiche industriali. Non si torna a crescere continuando a tagliare.
Le «riforme» chieste dall'Europa servono a curare la recessione?
Le riforme utili riguardano la riorganizzazione della macchina statale e la conseguente riqualificazione della spesa pubblica. Se, invece, il riferimento fosse a ulteriori liberalizzazioni del mercato del lavoro, allora cadremmo in nuovi errori. Molti studi che esaminano gli effetti della riduzione del grado di protezione del lavoro sull’occupazione dimostrano che queste liberalizzazioni non riducono la disoccupazione e non aumentano la competitività delle imprese.
La Bce chiede all'Italia «aggiustamenti strutturali»…
Piuttosto che dare indicazioni ai governi, le autorità monetarie dovrebbero disporsi a operare come la FED statunitense: soprattutto in recessione, sarebbe necessario che finanziassero direttamente la spesa pubblica. Purtroppo, in Europa prevale un modello di banca centrale di tipo tedesco e la BCE si guarda bene dal sostenere le politiche anticicliche dei governi.
Queste politiche accomodanti non creano bolle finanziarie che esplodono con effetti devastanti?
È un rischio che può essere evitato con politiche monetarie coordinate con le politiche fiscali. Ma restiamo ai fatti: oggi gli Usa hanno un Pil che è circa 9 punti più alto rispetto allo scoppio della crisi del 2007, mentre nell'Eurozona siamo ancora due punti sotto.
Si può uscire dal paradigma dell'«austerità espansiva» per cui servono ancora misure fiscali restrittive per ottenere la crescita? 
Certo, come stanno facendo gli USA e il Giappone. La difficoltà consiste nel fatto che i dogmi dell’austerità sono radicati nelle tecnocrazie europee e in particolare tra i banchieri centrali. E i popoli di Europa sino a oggi hanno finito col subire la volontà di soggetti e istituzioni in deficit di legittimazione democratica. 
Lei è tra i promotori del referendum stop austerità. Se fosse votato, in che modo contribuirebbe a migliorare questa situazione così cupa?
Il successo del referendum potrebbe essere decisivo, anche per quei governi che vogliono davvero provare a cambiare. Sarebbe una forte e democratica spinta dal basso per lasciarci alle spalle le politiche di austerità in Italia e in Europa. È giunta l’ora che i popoli europei facciano sentire la loro voce, contro politiche che hanno prodotto nell’Eurozona, dal 2007 ad oggi, circa 8 milioni di disoccupati. 

Il Mezzogiorno nella crisi, viene da dire "fujtevenne"

Viene da dire "fujtevenne"
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 31 luglio 2014

Scappatevene dal Mezzogiorno, “fujtevenne”, avrebbe ripetuto Eduardo De Filippo. E nessuno potrebbe restare immune da questa tentazione leggendo il Rapporto Svimez. Il Mezzogiorno è ormai un deserto sociale ed economico, in cui lo Stato investe sempre meno e taglia sempre più, le imprese falliscono, le famiglie cadono in miseria, le donne risultano estranee al mercato del lavoro, i giovani sono disoccupati e nel migliore dei casi precari, la popolazione sempre più anziana. Una realtà dalla quale, non c’è da meravigliarsi, negli ultimi dieci anni oltre un milione e mezzo di persone sono scappate via.
I numeri sono da brivido e non ammettono contraddittorio. Basti pensare che ormai il reddito medio di un meridionale vale poco più del 55 per cento di quello di un abitante del resto d’Italia: come accadeva nella metà degli anni ’50, come se l’intervento per il Mezzogiorno fosse stato del tutto assente o inutile. Oppure, basti pensare che nel solo 2013 si sono persi 280 mila posti di lavoro al Sud e le famiglie in condizione di povertà assoluta hanno così largamente superato il milione.
Una condizione a dir poco drammatica che, come correttamente rileva la Svimez, trova una parte della spiegazione nelle politiche economiche all’insegna dell’austerità con le quali i governi nazionali hanno reagito alla crisi scoppiata sul finire del 2007. In altri termini, la condizione del Mezzogiorno è risultata ampiamente aggravata dal fatto che, anziché sostenere l’economia, complici i famigerati vincoli europei, i governi hanno sottratto risorse, tagliando la spesa pubblica e aumentando il prelievo fiscale. Al Sud ancora più che al Nord. Si pensi che nel quadro di queste politiche i soli cittadini della Campania, ad esempio, hanno ceduto tra il 2010 e il 2014 poco meno di 9 miliardi di euro, tra meno spesa pubblica e più tasse. Con un effetto particolarmente doloroso per ciò che riguarda il taglio della spesa pubblica per le infrastrutture a sostegno dei cittadini e delle imprese, che addirittura misura oggi solo la quinta parte dei valori registrati mediamente negli anni ’70.
Le politiche economiche nazionali hanno quindi finito per alimentare il crollo della spesa delle famiglie per beni di consumo e ciò ha ulteriormente accentuato la spirale recessiva. Se mettiamo nel conto anche le difficoltà nell’accesso al credito, si comprende come mai le imprese abbiano bloccato totalmente gli investimenti produttivi, che infatti si sono più che dimezzati rispetto al periodo pre-crisi.
L’analisi chiarisce due cose su tutte che non vanno dimenticate. La prima è che non potrà esserci una ripresa stabile e duratura dell’economia italiana nel suo insieme senza un rilancio del Mezzogiorno; e questo non potrà avvenire senza un disegno lucido di politica industriale, adeguatamente finanziato, a sostegno della competitività delle imprese del Sud. La seconda è che la crisi economica si alimenta moltissimo nelle colpe del ceto politico meridionale: basti pensare all’imperdonabile ritardo con cui vengono spesi i fondi europei e al modo in cui essi vengono dispersi in mille rivoli, spesso al servizio delle clientele e non del tessuto produttivo. Insomma, senza maggiori risorse e una classe dirigente capace di spenderle per la crescita economica, la desertificazione meridionale risulterà un processo inarrestabile.

Un referendum contro l'austerità. Intervista a Riccardo Realfonzo

Un referendum contro l'austerità. Intervista a Riccardo Realfonzo
di Alessio Viscardi
Fanpage, 29 luglio 2014

Quattro "sì" per dire "no" all'austerità. Il proposito del movimento raccoltosi attorno all'economista ed ex-assessore al Bilancio del Comune di Napoli, Riccardo Realfonzo, è quello di chiamare alle urne gli italiani per chiedere l'abolizione del pareggio di bilancio costituzionale e la fine dei vincoli dettati dalle direttive europee del fiscal compact.


Di austerità si muore

Di austerità si muore
di Riccardo Realfonzo
Rassegna Sindacale, 17-23 luglio 2014

Il settimanale della Cgil dedica il numero al referendum stop austerità ed apre con l'editoriale di Riccardo Realfonzo.

Gli economisti sempre più frequentemente denunciano gli effetti recessivi delle politiche di austerità, cioè di quelle manovre di politica economica finalizzate a determinare un volume delle entrate fiscali complessivamente maggiore della spesa pubblica. La “teoria dell’austerità espansiva”, che negli anni passati era stata sostenuta da molti, per quanto immediatamente respinta da noi economisti keynesiani, è ormai sempre più accantonata. Secondo quella teoria, i consolidamenti fiscali (appunto gli eccessi del prelievo fiscale sulla spesa pubblica) determinavano nei consumatori e nelle imprese aspettative positive di riduzione dei tassi di interessi e della pressione fiscale per il futuro; e ciò avrebbe alimentato la domanda attuale di merci e servizi, favorendo la crescita economica e l’aumento dell’occupazione. Quella teoria naturalmente ben si conciliava con il sistema di vincoli europei, e in particolare con il Patto di Stabilità, secondo il quale il deficit pubblico deve necessariamente rimanere contenuto entro il 3% del Pil; ed anche con il cosiddetto “fiscal compact”, stando al quale il bilancio pubblico deve essere mantenuto strutturalmente in equilibrio (cioè in pareggio tra entrate e uscite, al netto delle variazioni dovute al ciclo economico) e il debito pubblico deve essere abbattuto in venti anni al valore considerato “ottimale”, pari al 60% del pil.
Oggi, dopo essere stata sommersa dalle critiche degli economisti di formazione keynesiana, da sempre sostenitori di una regolazione pubblica del ciclo economico, anche gli istituti di ricerca più vicini all’“ortodossia economica” chiariscono che l’“austerità espansiva” non funziona. Come ad esempio il FMI, che è giunto, in uno studio del 2012, a sostenere che i tagli della spesa pubblica riducono drammaticamente il Pil. Con specifico riferimento al caso italiano, gli studiosi del FMI hanno calcolato che un taglio della spesa di 10 miliardi di euro abbatte il Pil in modo più che proporzionale, in media di ben 18 miliardi di euro.
Ma, al di là del dibattito tra gli economisti, è la realtà dell’economia che si preoccupa di smentire categoricamente l’idea che l’austerità possa alimentare la crescita. A riguardo è sufficiente porre a confronto quanto accaduto in questi anni nell’eurozona e negli USA. Come è ben noto, queste due economie hanno reagito in modo diverso alla crisi scoppiata nella seconda metà del 2007. Nell’eurozona i governi si sono mossi nella cornice restrittiva delle regole europee, arginando fortemente la tendenza automatica alla crescita della spesa pubblica che sempre si determina in condizioni di crisi (perché, soprattutto, tende ad aumentare complessivamente la spesa per gli ammortizzatori sociali). Negli USA invece, si è attuata una politica aggressiva. Il presidente Obama ha varato il famoso Recovery Act, impiegando – grazie al pieno sostegno della Federal Reserve Bank, che non ha esitato a finanziare la spesa pubblica – oltre 800 miliardi di dollari per politiche industriali, interventi infrastrutturali, sostegno dei redditi. I risultati delle politiche economiche alternative praticate nelle due realtà non potevano essere più diversi. L’eurozona di oggi realizza un Pil che è ancora inferiore rispetto al dato del 2007 di circa un punto e mezzo, con la disoccupazione che è aumentata del 65% (da 11,6 milioni del 2007 a oltre 19 milioni a fine 2013). Negli USA, invece, il Pil supera di 8 punti percentuali il dato di fine 2007.
La verità quindi è che le politiche di austerità hanno tagliato le gambe alla crescita, impedendoci di uscire dalla crisi, ed hanno anche contributo ad incrementare la divergenza tra i paesi dell’eurozona.
Quel che è peggio è che i trattati europei ci impegnerebbero in questa direzione anche per il futuro. Allo stato delle cose, infatti, il governo ha costruito una manovra economica (con il Documento di Economia e Finanza – DEF – varato nell’aprile scorso), che punta a tenere il deficit pubblico sotto il 3% del Pil, a raggiungere l’equilibrio strutturale del bilancio nel 2016 e ad abbattere progressivamente il debito pubblico portandolo al 60% del Pil in venti anni. Quest’ultimo risultato lo si ottiene accumulando avanzi primari – cioè eccessi delle entrate fiscali sulla spesa pubblica di scopo (interessi esclusi) – sempre più ampi: dal 2,6% previsto per il 2014 al 5% del 2018, e così continuando per venti anni. Si tratta di un quadro di politica economica disastroso. Come ho infatti mostrato in uno studio pubblicato da www.economiaepolitica.it, ci sono molte ragioni per ritenere che una manovra di questo tipo non sia economicamente e socialmente sostenibile. Qui basti sottolineare che la differenza tra prelievo fiscale e spesa pubblica di scopo dovrebbe essere portata nel 2018 alla cifra astronomica di 90 miliardi di euro e che – a meno di non credere nel dogma dell’austerità espansiva – ben difficilmente una manovra di questo tipo potrà essere compatibile con la crescita reale piuttosto sostenuta prevista nel DEF per quell’anno, pari all’1,9%. Viceversa, adottando stime dei moltiplicatori come quelle contenute nello studio prima citato del FMI, si arriverebbe alla conclusione che la manovra di abbattimento del debito pubblico prevista dal fiscal compact generebbe effetti sociali ed economici insostenibili.
A queste osservazioni sulla inefficacia delle politiche di austerità, e sui rischi ad esse connesse, si aggiungono le perplessità sull’effetto espansivo delle tanto attese riforme, che dovrebbero affiancare le politiche fiscali, con riferimento particolare al mercato del lavoro. Gli studi più recenti (e qui nuovamente rinvio a un contributo di Tortorella Esposito e mio apparso su www.economiaepolitica.it) permettono di sottolineare che dal 1990 ad oggi le politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro non hanno sortito effetti occupazionali positivi. A questa conclusione si giunge esaminando l’andamento dell’indice di protezione del lavoro (EPL) elaborato dall’OCSE, per i diversi paesi dell’eurozona, ed  incrociando con metodologie consuete i dati con i tassi di disoccupazione. La conclusione è che la ricerca di una crescente flessibilità del mercato del lavoro non ha generato gli esiti sperati. In sostanza, non vi è alcuna correlazione apprezzabile tra flessibilità del lavoro e occupazione. E questa è, si badi bene, una conclusione che risulta confermata anche se ci si concentra sull’indicatore di protezione del lavoro a termine (EPT).
Ne scaturisce un quadro molto preoccupante, i cui rischi economici e sociali sono evidenti. E ciò resta confermato anche se si considera l’eventualità che – sotto la pressione del governo italiano e di altri governi europei – le autorità dell’Unione si accordino per uno scambio tra riforme e una sorta di “austerità flessibile”, cioè la concessione di qualche margine temporale e di spesa in più impiegando al massimo i risicati gradi di libertà presenti nei trattati. Una “austerità flessibile”, che non altererebbe le linee di fondo e gli obiettivi austeri previsti nei trattati, non sarebbe certo sufficiente a rilanciare l’economia italiana e quella europea verso un sentiero di crescita sostenuta ed equilibrata.
Ed è per tutte queste ragioni che occorre sostenere il referendum “stop austerità”. Naturalmente, il referendum si muove entro i limiti costituzionali e quindi non può abrogare trattati internazionali né può cancellare il principio di pareggio del bilancio introdotto in Costituzione. Però può annullare quel sovrappiù di rigore che assurdamente abbiamo inserito nella legge 243 del 2012, attuativa del principio costituzionale. E soprattutto, attraverso la discesa in campo del popolo sovrano, può porre uno stop alle tecnocrazie europee e chiedere che finalmente si prenda atto del fallimento delle politiche di austerità e della necessità di cambiare strada in Europa. Sarebbe un risultato politico di enorme rilievo. Da conseguire prima che le emergenze sociali mettano seriamente a rischio la tenuta dell’eurozona e con essa lo straordinario progetto di unità tra i popoli d’Europa. 

L'austerity nuoce gravemente alla salute


L'austerity nuoce gravemente alla salute. Una conversazione tra amici alla radio, per prendere le opportune precauzioni.

Conversazione con Federico Libertino (segretario generale Cgil Napoli) e Riccardo Realfonzo (comitato  promotore del referendum stop austerità). Moderano Norberto Gallo e Mario Colella.

Come pecore in mezzo ai lupi, 18 luglio 2014

Napoli contro l'austerità. Realfonzo al Tg3 Campania

Napoli contro l'austerità
Napoli sceglie di crescere. Parte la raccolta di firme per il referendum stop austerità. Ai microfoni Federico Libertino (segretario Cgil Napoli) e Riccardo Realfonzo (comitato promotore nazionale).
Tg3 Campania, 13 luglio 2014