I miliardi del Recovery Fund? La metà deve andare al Mezzogiorno. Colloquio con Riccardo Realfonzo

I miliardi del Recovery Fund? La metà deve andare al Mezzogiorno. Colloquio con Riccardo Realfonzo
di Francesca Sabella
Il Riformista, 26 settembre 2020


<<La metà delle risorse del Recovery Fund dovrebbe andare al Mezzogiorno, per colmare il divario cresciuto negli anni dell'austerità e per spingere maggiormente la crescita del Paese. Ma non dobbiamo fare del Recovery Fund per l'Italia ciò che abbiamo negli anni passati con i fondi strutturali europei per il Mezzogiorno>>. Così inizia il colloquio del Riformista con Riccardo Realfonzo.

Realfonzo a Omnibus sul Recovery Fund

Il Recovery Fund non sosterrà a sufficienza la crescita. Attenzione al debito.

Realfonzo a Omnibus (La 7) - 19 settembre 2020


Il RecoveryFund non è la soluzione di tutti i problemi, soprattutto perché farà aumentare il debito pubblico. E poi non basta una lista di progetti raccolti nei ministeri: è necessario che gli investimenti pubblici rientrino in un piano organico di politica industriale, di cui per il momento non c'è traccia. Realfonzo a Omnibus (19 settembre 2020)


Crisi sociale, Recovery fund e il macigno del debito: che autunno ci aspetta. Intervista a Riccardo Realfonzo

Crisi sociale, Recovery fund e il macigno del debito: che autunno ci aspetta. Intervista a Riccardo Realfonzo

di Daniele Nalbone

Micromega, 8 settembre 2020

La crisi sociale in autunno. Il tonfo a due cifre del pil. Le buone intenzioni del governo per le sei "missioni" del Recovery Fund, ma senza un disegno organico di politica industriale. Passi avanti in Europa, ma non sufficienti. E il macigno del debito pubblico.

Una mia intervista a Micromega.


Una nuova missione per i fondi pensione. Intervista a Riccardo Realfonzo

 Una nuova missione per i fondi pensione. Intervista a Riccardo Realfonzo

di Paolo Andruccioli

Collettiva, 4 settembre 2020

Il Presidente di Confindustria Bonomi è fuori strada: è ormai dimostrato che la strada della precarietà del lavoro non ci porta da nessuna parte. Al tempo stesso, sulla previdenza complementare c'è ancora tanto lavoro da fare. A partire dalla proposta di utilizzare il risparmio raccolto dai fondi pensione per gli investimenti nell'economia italiana, ma proteggendo adeguatamente gli interessi dei lavoratori.

Una mia intervista a "Collettiva", la rivista della CGIL

[LEGGI L'INTERVISTA]

Dichiariamo il dissesto, poi affidiamo Napoli a una vera classe dirigente

Dichiariamo il dissesto, poi affidiamo Napoli a una vera classe dirigente
di Riccardo Realfonzo
Il Riformista, 4 luglio 2020


Solo ora, pochi mesi prima della naturale conclusione della sindacatura de Magistris, c’è chi si accorge del disastro amministrativo di tutti questi anni, che il Comune di Napoli è in bancarotta e che sarebbe ora di dichiarare il dissesto. Al di là delle pesanti responsabilità politiche del sindaco e dei suoi evidenti limiti culturali, si è consumato il tradimento di un progetto di rinnovamento e riscatto elaborato dieci anni fa dal meglio della società civile partenopea. Ma l’atteggiamento di larga parte delle classi dirigenti cittadine fa pensare che il “blocco sociale” di cui parlava Gerardo Marotta abbia preferito continuare a galleggiare all’ombra dell’incompetenza del Sindaco e della sua giunta. Gravi, infatti, sono le responsabilità politiche di chi - nella vita pubblica, nelle istituzioni, nella società partenopea, e non solo nella maggioranza che ha sorretto il governo cittadino - ha silenziosamente lasciato fare in tutti questi anni. La nostra città ha subito un nuovo “saccheggio”, evidenziato dall’aumento stratosferico del debito consolidato al quale la curiosa alleanza tra de Magistris e i centri sociali ha fornito una copertura di facciata, mentre nell’indifferenza generale solo poche voci isolate si sono levate per denunciare ciò che accadeva.

Quando lasciai l’assessorato al bilancio, nel 2012, perché tutte le proposte di riforma progettate erano improvvisamente divenute indigeste al sindaco, disposi la ricognizione straordinaria dei conti da cui emerse il buco di circa 800 milioni di euro. Da allora non ho cessato di ribadire la necessità di dichiarare il dissesto, per evitare che il conto sulle spalle dei cittadini si facesse insopportabile e che la condizione finanziaria del Comune paralizzasse la Città troppo a lungo. In molti erano distratti e tali restarono anche dopo che la Corte dei Conti della Campania, l’anno successivo, si mosse per dichiarare il dissesto. I fatti dovrebbero essere ben noti. Dopo di allora, le sezioni riunite della Corte a Roma pensarono bene di dare il via libera alle richieste della Giunta comunale, dando credito al suo risibile Piano di Rientro. Successivamente, le forze politiche, PD in testa, nel tentativo (generoso, ma politicamente e tecnicamente erroneo) di evitare il dissesto del Comune, tesero tutte e due le mani al Sindaco, varando una serie di misure che – in assenza di qualunque riforma del Comune e delle società partecipate – ha solo permesso la più che quadruplicazione del debito e allungato l’agonia della città.

In tanti oggi mi chiedono che fare. La risposta è solo una. Occorre fare subito ciò che andava fatto otto anni or sono: dichiarare il dissesto. In primo luogo, perché la legge italiana dice che la dichiarazione di “fallimento” non è un optional, una scelta arbitraria, ma un obbligo preciso quando ne ricorrono i presupposti. In secondo luogo, perché solo così sarà possibile effettuare una operazione verità sui conti. In terzo luogo, perché solo tirando una linea e lasciandoci alle spalle questo triste passato, si potranno porre le basi per costruire una Napoli europea, non più ostaggio di camorre di vario genere, dotata di servizi adeguati, imprese in condizione di competere e dignità del lavoro.

Non possiamo perdere altro tempo a trastullarci con la farsa dei conti comunali. La crisi indotta dal coronavirus ha un ulteriore drammatico impatto sulla nostra città, anche per la fragilità con cui siamo giunti a questo appuntamento. Infatti, negli scorsi anni, complice la mala politica cittadina, il divario con le altre città metropolitane italiane ed europee è cresciuto ancora. E nonostante ciò la città metropolitana di Napoli continua a rappresentare circa il 20% della ricchezza prodotta nel Mezzogiorno. Napoli resta una questione nazionale. E non bastano certo iniziative come quella del PD con i tre ministri “meridionali”. Occorrerebbe una grande assise cittadina che ribadisse la centralità dei diritti sociali garantiti dalla Costituzione, dicesse no agli sprechi e alle malversazioni che continuano a perpetuarsi in città, sostenesse l’importanza di un rilancio di Napoli per il Mezzogiorno e per il Paese. Solo un governo cittadino credibile e competente – espresso dal cuore ancora pulsante della città – potrà presentarsi al tavolo del governo e, in collaborazione con le istituzioni regionali e le parti sociali, presentare una strategia per Napoli, illustrare le ragioni per cui convenga al Paese investire nella nostra Città, per rimettere in moto l’intero Mezzogiorno e guardare a un futuro diverso.

Per un nuovo protagonismo dello Stato

Per un nuovo protagonismo dello Stato
di Riccardo Realfonzo
Collettiva, 3 luglio 2020

È decisivo affrontare la sfida dello sviluppo, con nuove politiche industriali e investimenti pubblici. Senza livelli di crescita sostenuta, nei prossimi anni l'Italia rischia di rimanere schiacciata sotto il macigno del debito. E ciò riaprirebbe il quesito sulla tenuta dell'Eurozona.
Il mio intervento nel dibattito promosso dalla CGIL.

[LEGGI L'ARTICOLO]


Una proposta per investire in Italia i Fondi Pensione, per lo sviluppo del Paese

Una proposta per investire in Italia i Fondi Pensione, per lo sviluppo del Paese
di Roberto D'Andrea° e Riccardo Realfonzo*
il manifesto, 6 giugno 2020




L’epidemia da Covid-19 sta innescando una crisi economica senza precedenti. Secondo alcune previsioni, nel 2020 il pil italiano potrebbe ridursi più del 10% e il debito pubblico rischia di superare il 160% del pil. La risposta europea alla crisi appare insufficiente e dunque risulta essenziale riuscire ad attivare il risparmio privato italiano per il rilancio economico del Paese, limitando la creazione di nuovo debito.
In Italia abbiamo una composita offerta di strumenti di previdenza complementare, tra cui circa 30 fondi negoziali, che nascono cioè da accordi contrattuali tra le parti sociali, e nei quali imprese e lavoratori versano i contributi e viene accantonato il TFR. Il maggiore di questi è il fondo pensione “Cometa” dei metalmeccanici italiani (con una raccolta di circa 11 miliardi di euro). In totale, gli iscritti alla previdenza complementare sono circa 8 milioni di lavoratori e le risorse accumulate totalizzano circa 170 miliardi di euro, poco meno del 10% del pil del Paese. Gli investimenti dei fondi pensione sono allocati per circa il 21,4% in titoli del debito pubblico italiano. Nemmeno il 3% viene investito nelle imprese italiane e tutto il resto se ne va in acquisto di titoli all’estero (3,7 miliardi; i dati citati sono presenti nell’ultimo Rapporto Covip).
Negli anni, sono stati varati diversi progetti per provare a trattenere un maggior volume di risorse della previdenza complementare in Italia. Ma si tratta di progetti, come quello del “fondo dei fondi”, che non reggono la sfida del mercato. Infatti, i Consigli di Amministrazione dei Fondi inseguono, come è assolutamente doveroso, i maggiori redimenti per i loro aderenti (a parità di grado di rischio) e quasi sempre questi maggiori rendimenti si trovano all’estero dove ci sono mercati più sviluppati e redditizi.
C’è però una semplice proposta che abbiamo avanzato già tre anni or sono in occasione del convegno “Sfide” organizzato dalla FIOM-CGIL, che è sostenuta dalla stessa FIOM-CGIL e che oggi è importante ribadire. La proposta è quella di creare, magari attraverso l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti, uno strumento di investimento diretto che raccolga quote di risparmio spontaneamente versate dai Fondi. Questi investimenti potrebbero andare a favore, ad esempio, di imprese italiane che puntino alla crescita occupazionale e che adottino i contratti nazionali, o potrebbero essere utilizzati per le infrastrutture sociali, di cui il Paese ha grande bisogno. Per incentivare i Consigli di Amministrazione dei Fondi a versare quote importanti verso questo strumento controllato da Cassa Depositi e Prestiti, tutelando come è giusto gli interessi degli aderenti ai fondi, occorrerebbe però che ci fosse una garanzia di rendimento minimo che potrebbe essere la rivalutazione del TFR (poco meno del 2% lo scorso anno, al netto tasse). In questo modo, sarebbe possibile incanalare una quota importante del risparmio pensionistico verso le imprese italiane, un importo che potrebbe persino toccare i 20 miliardi di euro, se si riuscisse con questa strategia a raggiungere la quota che in altri Paesi è dedicata dai Fondi Pensione ai cosiddetti investimenti in economia reale.
Si tratterebbe di risorse tutte italiane che finalmente resterebbero nel Paese, senza creazione di nuovo debito pubblico, dal momento che l’impegno statale, attraverso Cassa Depositi e Prestiti, sarebbe limitato alla garanzia di rendimento nel caso che gli investimenti non avessero un ritorno sufficiente a coprire la rivalutazione del TFR. Una soluzione che potrebbe mettere il nostro risparmio pensionistico al servizio dello sviluppo del Paese, senza scalfire ma anzi proteggendo il diritto dei titolari di questo risparmio: i lavoratori.
La legge sulla concorrenza del 2017, la 124 del 4 agosto (art. 39, comma 1), disponeva l’istituzione di un tavolo di consultazione con le parti sociali per lo sviluppo dei fondi pensione. Sarebbe stata l’occasione giusta per porre anche questa proposta in discussione. Ma quella disposizione è rimasta lettera morta e il tavolo con le parti sociali non c’è mai stato. E così il nostro risparmio continua ad alimentare gli affari di altri operatori e di altre imprese, ma rigorosamente all’estero.


°Responsabile previdenza complementare FIOM-CGIL
*Componente del Cda del Fondo pensione “Cometa” dei metalmeccanici italiani

Attivare il risparmio raccolto dai fondi pensione per rilanciare il Paese, tutelando i lavoratori

Attivare il risparmio raccolto dai fondi pensione per rilanciare il Paese, tutelando i lavoratori
Intervista a Riccardo Realfonzo
RaiNews 24, 25 maggio 2020



Con il debito pubblico in forte crescita è importante che il risparmio delle famiglie italiane resti nel Paese, contrariamente a quanto accade oggi. Riccardo Realfonzo rilancia una sua proposta, già sostenuta dalla FIOM-CGIL, per portare i fondi pensione a investire maggiormente nell'economia italiana, senza la creazione di nuovo debito pubblico e mediate l'intervento di Cassa Depositi e Prestiti. I lavoratori vanno tutelati con un rendimento minimo garantito.

L’Europa, il Recovery Fund e la necessità di ripensare il modello di sviluppo dell’economia italiana

L’Europa, il Recovery Fund e la necessità di ripensare il modello di sviluppo dell’economia italiana. Intervista a Riccardo Realfonzo
di Daniele Nalbone
Micromega, 19 maggio 2020


Venti giorni dopo un’intervista dedicata ai temi dell’Europa e delle politiche anticrisi, riprendiamo su Micromega il dialogo con Riccardo Realfonzo, professore ordinario di economia politica all’università del Sannio, promotore il 13 marzo scorso di un documento pubblicato dal Financial Times per un piano europeo antivirus con finanziamento centralizzato. Al centro, stavolta, il Decreto Rilancio, gli investimenti pubblici e la necessità di ripensare il modello di sviluppo italiano.

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Il rischio contagio sul lavoro e la fiducia delle imprese. Una proposta per ripartire

Il rischio contagio sul lavoro e la fiducia delle imprese. Una proposta per ripartire
di Gaetano Natullo, Riccardo Realfonzo, Luigi Rocca e Ciro Santoriello
Il Sole 24 Ore, 16 maggio 2020

Come ripartire tenendo insieme sicurezza dei lavoratori e fiducia degli imprenditori? Le imprese che applicano correttamente i modelli organizzativi (previsti dalla 231), con definizione di standard per il Covid-19 da parte dell'Inail e validazione dei modelli organizzativi da parte dei Comitati paritetici territoriali, potrebbero essere escluse da responsabilità in caso di contagi.

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L'Europa zoppa e il rischio dei finanziamenti a fondo perduto. Realfonzo a Studio 24

L'Europa zoppa e il rischio dei finanziamenti a fondo perduto. Realfonzo a Studio 24
RaiNews 24, 5 maggio 2020

La Corte tedesca approva il quantitative easing della BCE ma la politica europea resta zoppa. Dall'Europa solo prestiti agli Stati, che appesantiscono i debiti pubblici, e nessun finanziamento centralizzato. Intanto, l'Italia deve evitare erogazioni a fondo perduto a imprese "prendi i soldi e scappa".


Responsabilità europee e scenari dell’economia italiana. Micromega intervista Riccardo Realfonzo

Responsabilità europee e scenari dell’economia italiana. Micromega intervista Riccardo Realfonzo
Crisi coronavirus, ciò che l'Europa poteva fare e non ha fatto. Realfonzo: "Alle porte una nuova ondata di austerità"
di Daniele Nalbone, 2 maggio 2020

In questa intervista a “Micromega” ho chiarito che la BCE avrebbe potuto finanziare direttamente i piani anti-crisi. Invece, arrivano solo debiti per l'Italia e chi difende il MES, come Cottarelli, ha argomenti risibili. Il governo nel DEF stima che il debito pubblico supererà il 150% del pil a fine anno ma scenderà sotto quel livello già nel 2021, grazie a una forte ripresa dell'economia. Uno scenario molto ottimistico, considerato il quadro deludente degli interventi europei. La verità è che dovremo fare i conti con un gravissimo problema di sostenibilità del debito pubblico, la Commissione Europea proporrà ancora austerità e c'è il rischio che il prezzo lo paghino sempre gli stessi.


Professore, la crisi determinerà un crollo del pil italiano di 8 punti percentuali nel 2020. A questo va aggiunta la riduzione dell'occupazione già in atto e un salto del debito pubblico verso il 160% del pil. Ma quale futuro attende il nostro Paese?

Da una situazione grave come quella che si profila per il futuro italiano si uscirà o con politiche recessive e deflazionistiche o con spinte all’inflazione. In entrambi i casi, ci troveremo a percorrere sentieri impervi e caratterizzati da forti costi sociali. Pagheremo un prezzo salato per la totale inadeguatezza del quadro delle regole europee.

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L'economia del coronavirus

L'economia del coronavirus
Gli studenti di Rethinking Economics della Boccone e di Kritica economica invitano Realfonzo, Lucarelli e Stirati a un confronto in diretta su fb
25 aprile 2020




Lentezza europea, velocità della crisi e rischio default

Lentezza europea, velocità della crisi e rischio default
di Riccardo Realfonzo
economiaepolitica.it, 24 aprile 2020

Il Consiglio Europeo esclude la monetizzazione dei deficit e dice “no” alla proposta italiana sugli eurobond. Resta il recovery fund, di cui però non si sa nulla sul “come”, sul “quanto” e sul “quando”. Intanto l’Italia va verso un debito al 160% del pil, avvicinandosi pericolosamente all’area default.

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Il Consiglio lumaca e l'area default

Il Consiglio lumaca e l'area default
di Riccardo Realfonzo
Rassegna Sindacale, 24 aprile 2020

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Se resta solo il MES saranno guai. Realfonzo al Tg3 LineaNotte

Se resta solo il MES saranno guai. Realfonzo al Tg3 LineaNotte
Tg3 LineaNotte, 22 aprile 2020

Con lentezza l'Europa studia come sostenere gli investimenti dei Paesi, come se fuori dalla finestra non ci fosse la crisi peggiore dell'ultimo secolo. Una monetizzazione dei deficit, la strada migliore per intervenire, non sarà seguita. E probabilmente non avremo nemmeno gli eurobond. Se resta solo il MES saranno guai seri.


La fase 2, la sicurezza dei lavoratori, l'Europa e il debito italiano. Realfonzo a RaiNews 24

La fase 2, la sicurezza dei lavoratori, l'Europa e il debito italiano. Realfonzo a RaiNews 24
RaiNews 24, 17 aprile 2020

I dati ci dicono che è ancora presto per cessare il lockdown. E poi con quali garanzie per i lavoratori? Quali controlli sul rispetto delle condizioni di sicurezza soprattutto nelle piccole e medie imprese? Una recrudescenza dell'epidemia sarebbe drammatica.
Un mio intervento a RaiNews 24.


La soluzione alla crisi passa da Francoforte

La soluzione alla crisi passa da Francoforte
di Riccardo Realfonzo
Il Sole 24 Ore, 17 aprile 2020




La strada maestra per sostenere le politiche contro la crisi del coronavirus consiste nel finanziamento da parte delle banche centrali. La monetizzazione dei nuovi deficit, infatti, permetterebbe di attivare le risorse necessarie a costo zero e senza appesantire il debito pubblico dei Paesi. Anche l’eurozona dovrebbe seguire questo percorso, prevedendo politiche fiscali concertate e finanziate dalla BCE, anche mediante l’acquisto di titoli di debito comune da parte della BCE. Una alternativa è l’emissione di questi titoli verso il mercato: una possibilità più costosa, ma che consentirebbe di non contabilizzare una crescita del debito dei singoli Paesi. Al contrario, strumenti come il Fondo Salva-Stati (MES) si traducono in crediti che vengono contabilizzati come nuovo debito. La discussione in Europa è ancora aperta, ma in assenza di una veloce soluzione, i Paesi con la finanza pubblica più debole – tra questi l’Italia –  potranno venire a trovarsi già nel medio termine in una condizione di insostenibilità del debito. Con la conseguenza di essere indotti a scelte drammatiche.
Vediamo, quali sarebbero gli scenari possibili per le finanze italiane in assenza di una soluzione europea per il finanziamento dell’emergenza. A fine 2020 il rapporto tra debito pubblico e pil in Italia balzerà verso l’alto, per tre motivi. Il primo è la contrazione del pil. Ad esempio, Confindustria stima, forse con ottimismo, una riduzione del pil del 6%; mentre all’opposto Goldman Sachs si spinge a pronosticare un meno 11,6%. Gli altri due motivi rimandano all’aumento della spesa pubblica e al vistoso calo delle entrate fiscali. Da ciò possiamo desumere due possibili scenari per il debito italiano. Assumendo una contrazione del pil del 6% nel 2020 e limitandoci a contabilizzare il conseguente calo del prelievo fiscale e solo le maggiori spese che scaturiscono dai decreti di marzo e aprile (circa 70 miliardi), il debito pubblico salterebbe dal 135% del pil del 2019 al 153% a fine anno. Viceversa, ipotizzando un calo del pil dell’11%, il debito balzerebbe intorno al 164% del pil.
Ebbene, con un debito compreso tra il 153% e il 164% del pil l’Italia si verrebbe a situare in un campo di difficile sostenibilità del debito. Infatti, facendo ricorso alla nota condizione di sostenibilità del debito si può verificare quale sarebbe, sul piano contabile, l’avanzo primario (ovvero l’eccedenza delle entrate fiscali sulla spesa pubblica di scopo) che stabilizza il rapporto debito pil, evitandone l’ulteriore incontrollato aumento. Anche ipotizzando - ottimisticamente, senza un sostegno europeo - per il 2021 un rimbalzo del 2,5% in termini nominali e un costo percentuale del debito invariato, ne seguirebbe la necessità di avanzi primari del 2,3% e del 2,8% nei due scenari. Uno sforzo imponente: già nel 2021 il governo dovrebbe costringere la spesa pubblica al di sotto del prelievo fiscale per oltre 40 miliardi. Uno sforzo anche vano, perché ormai sappiamo che queste politiche di austerità generano decrescita e quindi tendono a fallire nella stabilizzazione del debito.
A ben vedere, nei due scenari la capacità di tenere sotto controllo il debito verrebbe a dipendere da variabili che sfuggono al controllo del governo nazionale, ponendoci pericolosamente in balia degli eventi internazionali. Nessuna stabilizzazione del debito sarebbe infatti possibile se il costo del debito crescesse, ad esempio se la BCE ponesse fine alle politiche di acquisto differenziato dei titoli del debito pubblico, oppure se i Paesi europei decidessero di tornare al Patto di Stabilità ora accantonato. Né il governo potrebbe ricorrere all’inflazione, perché nell’eurozona tale decisione sfugge al potere dei singoli Paesi. Resterebbero altre strade particolarmente impervie, deflazionistiche, come la ristrutturazione del debito, il drastico incremento dell’imposizione fiscale, forme di espropriazione di ricchezza. Infine, l’Italexit, il ritorno alla sovranità monetaria, con la possibilità di ripagare il debito in una moneta emessa dallo stato italiano.
Oggi è ancora possibile evitare questi scenari drammatici. L’Unione Europea può decidere la monetizzazione degli extradeficit da parte della BCE o l’emissione di titoli di debito comune per il mercato. Solo queste soluzioni, non il MES, potrebbero evitare l’esplosione dei debiti pubblici. A tutto vantaggio dei Paesi con le finanze più deboli ma a ben vedere dell’Europa nel suo insieme.



Una versione estesa di questo articolo è apparsa su economiaepolitica.it

La fase 2, la sicurezza dei lavoratori, l'Europa e il debito italiano

La fase 2, la sicurezza dei lavoratori, l'Europa e il debito italiano
Riccardo Realfonzo al Tg di RaiNews24, 16 aprile 2020

Come e quando la fase 2? Quali garanzie per i lavoratori? Perchè è indispensabile trovare una soluzione europea per il finanziamento dei piani anti-crisi? E perchè il debito italiano può diventare insostenibile? Con quali conseguenze
A queste domande Riccardo Realfonzo ha risposto al TG di RaiNews (16 aprile 2020)


Finanziamento delle politiche e scenari del debito dopo il covid-19

Finanziamento delle politiche e scenari del debito dopo il covid-19
di Riccardo Realfonzo
economiaepolitica.it, 15 aprile 2020

In assenza di un finanziamento centralizzato delle politiche anticrisi, da parte della BCE o con titoli di debito comune (non il MES), il debito italiano schizzerà in alto, a un livello a cui sarà difficilmente sostenibile. Ipotesi e dati alternativi, strumenti di stabilizzazione del debito, un Paese in balia degli eventi internazionali e decisioni drammatiche. Con la consapevolezza che tutto questo si potrebbe ancora evitare.

[LEGGI QUI]

Un appello di 101 economisti al governo: "Non firmate quell'accordo"

Un appello di 101 economisti al governo: "Non firmate quell'accordo"
Micromega, 14 aprile 2020

LA CARICA DEI 101: NO A UN ACCORDO EUROPEO CHE NON PREVEDA UN FINANZIAMENTO DELLA BCE AI PIANI ANTI-VIRUS
Economisti italiani e stranieri sottolineano la necessità che la banca centrale dell'Unione Monetaria Europea faccia la banca centrale e finanzi gli sforzi dei Paesi per contrastare la crisi del coronavirus. Il governo non firmi alcuna soluzione diversa. Meglio fare da soli.

Ue, l’accordo all’anno zero
L’accordo raggiunto dall’Eurogruppo il 9 aprile scorso sugli interventi europei per fronteggiare la pandemia e le sue gravissime conseguenze economiche è insufficiente, prefigura strumenti inadatti e segna una continuità preoccupante con le scelte politiche che hanno fatto dell’eurozona l’area avanzata a più bassa crescita nel mondo.

La strada maestra è la monetizzazione degli extradeficit. Il MES non serve



La strada maestra è la monetizzazione degli extradeficit. Il MES non serve
Riccardo Realfonzo a RaiNews 24
9 aprile 2020

La strada maestra per finanziare le politiche anti-virus, per l'Italia e per l'Europa, è la creazione di moneta da parte della BCE. In alternativa, eurobond che non gravino sui debiti pubblici dei singoli Paesi. Il ricorso al MES non serve e il SURE è ben poca cosa.


Più morti dalla crisi che dal covid-19? L’ultima bufala di Trump

Più morti dalla crisi che dal covid-19? L’ultima bufala di Trump
di Emiliano Brancaccio, Mattia Filomena e Riccardo Realfonzo
www.economiaepolitica.it, 7 aprile 2020

Secondo Trump la crisi economica farà più morti del covid-19, e dunque bisogna tornare subito al lavoro. Una tesi che piace alle confindustrie di mezzo mondo. Ma si tratta solo di una bufala, smentita dalla ricerca scientifica. La verità è che il coronavirus pone una sfida epocale, che va affrontata con una moderna pianificazione pubblica.

[LEGGI QUI L'ARTICOLO]

Crisi, coronavirus e il boomerang del MES. Intervista a Riccardo Realfonzo

Crisi e coronavirus: "I fondi dal Mes rischiano di essere un boomerang. L'intervento sia in mano alla Bce". Intervista a Riccardo Realfonzo
di Raffaele Ricciardi, 26 marzo 2020


Secondo Riccardo Realfonzo, che ha pubblicato un appello sul Financial Times per un piano europeo anti-virus, bisogna dispiegare la Banca centrale come prestatore di ultima istanza. Per non rischiare che i prestiti ora erogati diventino un domani un peso eccessivo sul debito pubblico.

[QUI IL LINK A REPUBBLICA ON LINE]


La crisi derivante dal coronavirus sarà devastante, a detta ormai di molti. Riccardo Realfonzo, ordinario di economia politica all'Università del Sannio, ha portato il suo appello perché l'Europa agisca rapidamente e in modo massiccio, anche sul Financial Times. Professore, ancora non vediamo la fine della pandemia: che aspettative ha per l'economia italiana ed europea?

Nonostante parte della letteratura tenda a derubricare al breve periodo le conseguenze economiche delle pandemie, assisteremo a una contrazione eccezionalmente intensa e prolungata. Goldman Sachs si è spinta a prevedere una caduta del pil italiano di oltre l’11% nel 2020 e del 9% per l’eurozona. Un quadro disastroso. E non è nemmeno detto che siano previsioni pessimistiche. Il fatto è che la crisi impatta su un’economia europea particolarmente fragile, piena di squilibri, conseguenza di un quadro di regole macroeconomiche inadeguate e della incapacità nell’affrontare gli effetti della depressione post-2008. Basti pensare alle politiche di austerità. E d’altra parte, questa è una crisi sistemica, non semplicemente keynesiana, perché non impatta “solo” sulla domanda aggregata ma – alimentata dalle quarantene – determina blocchi della produzione, buchi nei meccanismi di approvvigionamento, “disorganizzazione” dei mercati.

In un articolo pubblicato dal FT, con i colleghi Brancaccio, Gallegati e Stirati propone un piano Ue anti-virus. Cosa pensa della risposta data fin qui dalla Commissione, che di fatto ha dato carta bianca sul deficit e permesso l'uso dei fondi strutturali, oltre ad allentare le maglie per gli aiuti di Stato?

La gravità della crisi impone un cambio di prospettiva. I Paesi dell’UE non devono procedere in ordine sparso ma occorre un grande piano europeo anti-virus, che preveda coordinamento delle politiche fiscali, centralizzazione dei finanziamenti, controlli dei movimenti di capitale. Servono interventi immediati per evitare fallimenti a catena delle imprese, la trasmissione della crisi alle banche, e per sostenere le famiglie;  poi un grande programma di investimenti pubblici. Le risposte che sin qui sono arrivate dalle istituzioni europee sono per certi aspetti scontate e comunque del tutto insufficienti. Sarebbe stato assurdo, nella condizione gravissima in cui ci troviamo, non ricorrere alla clausola d’emergenza prevista dal Patto di Stabilità, che permette ai paesi membri di aumentare il deficit senza curarsi del saldo strutturale di bilancio. Anche una maggiore libertà nell’utilizzo dei fondi europei, peraltro già assegnatici, non rappresenta una grande concessione, così come allentare i vincoli degli aiuti di Stato. Vedrete che le crisi aziendali ci spingeranno a ricorrere alle nazionalizzazioni, altro che vincoli agli aiuti di Stato.

La sua ricetta per la Ue prevede fondi dal Mes agli Stati, senza condizionalità per non incorrere nello stigma dei mercati: come crede che possa esser accettato ciò da chi ha perseguito per anni una politica dell'equilibrio di bilancio?

No, non propongo di ricorrere alla vecchia logica del Fondo Salva-Stati, ovvero il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Sarebbe una pessima soluzione, visto che quei crediti vengono contabilizzati come debito pubblico e che il mercato considererebbe comunque l’effetto-stigma che ne deriva, se ai prestiti accedessero solo alcuni Paesi. Magari l’effetto di questo aumento del debito sulla dinamica degli spread oggi sarebbe contenuto, perché la BCE, dopo gravi tentennamenti, ha varato il Programma di Acquisti di Emergenza Pandemica (PEPP). Ma nel futuro nulla assicura che il prezzo da pagare, ad esempio per il nostro Paese, in termini di oneri del debito pubblico schizzi alle stelle e diventi insostenibile. Ciò evidentemente potrebbe accadere se la BCE si rifiutasse in futuro di garantire il nostro debito sovrano, mettendo fine al programma di acquisti differenziato di titoli del debito pubblico. Insomma, la logica del MES potrebbe mettere in ginocchio l’Italia, sino e rendere impossibile la sua permanenza futura nell’euro e costringerla a recuperare la sovranità monetaria.

Insomma, chiedere che la Bce finanzi direttamente gli Stati è un caposaldo che dovrebbe saltare...

Se si vuole tenere insieme l’eurozona è necessario che la BCE funzioni pienamente da banca centrale, cioè da prestatore di ultima istanza, che garantisce il debito degli Stati. D’altronde non è strano chiedere che la banca centrale sia al servizio degli Stati, e quindi dei popoli, e non viceversa. La BCE dovrebbe semplicemente fare ciò che fanno le banche centrali di mezzo mondo, a cominciare dagli Stati Uniti. La BCE dovrebbe finanziare direttamente il piano anti-virus europeo, senza che ciò determini alcuna crescita del debito dei Paesi dell’Unione. Tecnicamente questo si può fare in vari modi, ad esempio attraverso l’emissione di titoli di debito europeo da parte di una agenzia europea, che sarebbero acquistati dalla BCE, utilizzando gli importi così ottenuti per il finanziamento del piano. Nella condizione presente non vi è alcun rischio inflazionistico né ci sono obiezioni di tipo legale che tengano.

Cosa dovrebbe fare dunque il Governo italiano nella discussione in atto in Europa?

Non abbassare la testa. Chiarire che l’introduzione di titoli del debito europeo e la loro monetizzazione da parte della BCE non è una “semplice” operazione solidaristica a vantaggio dei Paesi più colpiti dalla crisi e con le finanze pubbliche più fragili. È un intervento da cui dipende il futuro stesso dell’eurozona. Se le istituzioni europee si opponessero a questa soluzione credo che tanti cittadini, in Italia e in altri Paesi, giungeranno alla conclusione che non sappiamo cosa farcene di una unione europea che resta indifferente, aggrappata a vecchi dogmi ed egoismi, persino a cospetto della tragedia che stiamo vivendo.


Crisi sistemica, serve un paradigma nuovo

Crisi sistemica, serve un paradigma nuovo
di Riccardo Realfonzo
Il Sole 24 Ore, 24 marzo 2020


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Il ricorso ai crediti del MES per sostenere alcuni Paesi nelle politiche fiscali anti-virus è una pessima soluzione: ipoteca il futuro di quei Paesi e dell'eurozona. Per salvare la moneta univa occorre un passo serio verso l'integrazione politica e fiscale.


L’emergenza del coronavirus sta innescando una crisi economica senza precedenti , che richiede politiche fiscali incisive, e il futuro dell’eurozona dipende dalle soluzioni che saranno adottate per sostenere tali politiche. Pessime soluzioni possono anche essere imposte oggi, data la gravità del momento, ma con conseguenze esiziali di lungo periodo. Viceversa, buone soluzioni possono spianare la strada a un rilancio della UE.
La crisi impatta su una economia internazionale debole per gli squilibri accumulati nella recessione successiva al tonfo del 2008. L’eurozona in particolare negli scorsi anni ha mostrato tutta la fragilità di una unione monetaria incompleta, priva coordinamento delle politiche fiscali e di esse con la politica monetaria, non dotata di un vero bilancio centrale, nella quale la speculazione imperversa nei mercati finanziari e i processi di divergenza tra i Paesi si accentuano. Gli inviti di parte della comunità scientifica a rivedere le regole europee, come il “monito degli economisti” del 2013, sono caduti nel vuoto e a nulla è valso il campanello di allarme della Brexit.
Anche per queste ragioni, nonostante alcuni favoleggino un rapido rimbalzo spontaneo, assisteremo a una contrazione del pil particolarmente forte e duratura. D’altronde, siamo in presenza di una crisi sistemica, che impatta sulla domanda aggregata ma determina anche blocchi della produzione, buchi nei meccanismi di approvvigionamento, “disorganizzazione” dei mercati.
Per fare fronte alla crisi - come abbiamo chiarito nel documento “Italian economists for an anti-virus plan” (www.economistsforanantiviruspolicy.org), pubblicato il 13 marzo dal Financial Times - è necessario un grande piano anti-virus europeo. Occorrono controlli sui mercati dei capitali, liquidità a sostegno della domanda privata e a garanzia della solvibilità dei sistemi bancari e produttivi, eventuali nazionalizzazioni; inoltre, va predisposto un piano di investimenti pubblici che parta dal settore sanitario e dalle aree in cui si verificano fallimenti del mercato (welfare, infrastrutture, istruzione, ambiente). Per tutto ciò non basta la politica monetaria con il PEPP varato dalla BCE, né è sufficiente la sospensione dei vincoli di bilancio del Patto di Stabilità. Occorre una azione concertata ed espansiva delle politiche fiscali, con centralizzazione dei finanziamenti.
Il rischio che si corre è invece che gli Stati procedano in ordine sparso e torni a fare capolino la vecchia logica del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES): crediti ai Paesi che ne fanno richiesta, Italia in testa, a tassi più favorevoli di quelli di mercato ma con condizionalità (più o meno attenuate). Una pessima soluzione, visto che quei crediti vengono contabilizzati come debito pubblico e che il mercato considererebbe l’effetto-stigma che ne deriva, con tutto ciò che ne segue in termini di costo e sostenibilità del debito in un futuro in cui non sono nemmeno prevedibili gli orientamenti della BCE. Insomma, aiuti oggi a fronteggiare l’emergenza, ma a scapito di una ipoteca sul futuro e su quello dell’eurozona. Viceversa, una buona soluzione è quella di prevedere (gli espedienti tecnico-giuridici possono essere diversi, e tra questi gli eurobond) che la BCE finanzi in modo sostanzialmente diretto le politiche fiscali monetizzando il nuovo deficit europeo, senza che ciò impatti sulla finanza pubblica dei singoli Paesi.
Il problema è tutto politico. Di certo c’è che una buona soluzione per sostenere le politiche fiscali anti-virus darebbe all’Europa una chance per salvare l’esperienza della moneta unica, disfarsi dei vecchi dogmi che l’hanno imbrigliata, fare un passo verso la revisione dei trattati e l’integrazione politica.

Un piano anti-virus europeo da 600 miliardi. Intervista a Riccardo Realfonzo

Un piano anti-virus europeo da 600 miliardi. Intervista a Riccardo Realfonzo
di Roberto Ciccarelli
il manifesto, 14 marzo 2020


Gli economisti Emiliano Brancaccio, Riccardo Realfonzo, Mauro Gallegati e Antonella Stirati  hanno pubblicato un documento sul Financial Times dove chiedono un “piano anti-virus” per rilanciare l'economia europea. “Pensiamo a uno sforzo coordinato tra i paesi, con finanziamento centralizzato e collaborazione tra politiche fiscali e monetarie".

Secondo Riccardo Realfonzo, economista all'università del Sannio, “l'Italia da sola ha gravi difficoltà, soprattutto nel quadro delle regole europee. I provvedimenti per evitare la circolazione del virus sono necessari, ma l’impatto economico è disastroso. I 25 miliardi di euro stanziati dal governo non saranno sufficienti per una crisi che può farci perdere anche 4 punti di pil. È un ordine di misura già ipotizzato in uno studio prodotto proprio dalla Commissione Europa nel 2006, nel quale si simulavano le conseguenze di una pandemia molto severa. In questa situazione, potrebbe trovarsi presto l’intera Ue. Abbiamo bisogno di una risposta forte, che preveda strumenti di cui l'Unione Europea sin qui non si è dotata”.

Il Commissario Ue all'economia Gentiloni ha detto che siamo oltre la flessibilità e le regole del patto di stabilità devono adattarsi. Sarà un adattamento temporaneo, oppure questa recessione modificherà per sempre queste regole?

Sia chiaro che la flessibilità dentro le regole attuali non basta. La Commissione Ue concederà la possibilità di incrementare il deficit, derogando al principio del pareggio strutturale di bilancio. Ma in assenza di un intervento rilevante delle politiche fiscali continentali, coordinato anche con la BCE, e senza forme di controllo dei movimenti di capitale, gli oneri del debito pubblico italiano cresceranno, e saranno guai. Speriamo che il coronavirus dia una spallata al quadro delle regole europee e ci consenta di costruire un sistema più razionale, al centro del quale abbiano un posto ben diverso cose che stanno a cuore ai cittadini d’Europa, come sanità, istruzione, ambiente.

Proponete un “piano anti-virus” su scala europea. In quali settori?

Nella fase di espansione della pandemia è necessario intervenire per rafforzare le strutture sanitarie, ma anche con importanti trasferimenti di liquidità alle imprese e alle famiglie. Il rischio che si corre è il fallimento a catena delle imprese, con conseguenti difficoltà del sistema bancario. Poi serve un piano di investimenti pubblici che in primo luogo si concentri sulle infrastrutture sociali: sanità, scuola, ambiente. Solo ora molti capiscono l’errore commesso nel tagliare la sanità pubblica a vantaggio della privata, che ben poco serve in emergenze come quella attuale. Naturalmente un consistente piano “anti-virus” dovrà prevedere investimenti e politiche industriali per rilanciare il tessuto produttivo messo in difficoltà dalla rottura delle catene del valore e dalle molteplici strozzature dell’offerta.

Di quale cifra ci sarebbe bisogno?

I 25 miliardi che il governo si appresta a mettere in campo sono insufficienti. Sul piano europeo bisognerebbe fare come Obama che nel 2010 stanziò circa il 5% del pil, in buona misura con finanziamento della Federal Reserve Bank. In Europa oggi significherebbe circa 600 miliardi di euro.

Molte polemiche ha prodotto la frase della presidente della Bce Lagarde sullo spread. Il suo è stato un segnale di debolezza?

Si è capito che la Lagarde è un falco, una conservatrice a capo di una banca centrale già orientata per statuto al solo controllo dell’inflazione. Ieri la BCE ha cercato di correggere il tiro e la Commissione ha fatto grandi aperture sulla flessibilità. Ma noi abbiamo bisogno di ben altro. Per cominciare, occorrerebbe varare gli eurobond, che dovrebbero essere acquistati dalla stessa BCE per finanziare il piano, e la BCE dovrebbe dare garanzie sul debito pubblico dei Paesi, arrestando la dinamica degli spread. Questo significa comportarsi da prestatore di ultima istanza.

Lagarde ha criticato i governi che non sembrano ancora avere compreso la gravità della situazione. Riuscirà dove non è riuscito Draghi: ottenere una politica fiscale da parte degli Stati?

Direi che dovrebbe riuscire a fare il banchiere centrale, per cominciare. L’Europa dovrebbe lasciarsi alle spalle gli anni dei vincoli e dell’austerità e decidersi a divenire una vera “unione” orientata agli obiettivi dello sviluppo sociale e dell’occupazione. Questo significa dotarsi di un ampio bilancio centrale, politiche fiscali e monetarie coordinate, protezione da attacchi speculativi, e un sistema di welfare degno della sua civiltà. Se anche questa volta prevarranno approcci dogmatici, inettitudini ed egoismi, l’esperienza dell’unione monetaria rischia di volgere al termine.

Per un piano anti-virus in Europa. Realfonzo a Tg3 Linea Notte

Per un piano anti-virus in Europa. Realfonzo a Tg3 Linea Notte
Tg3 Linea Notte, 14 marzo 2020

L'emergenza coronavirus sta innescando una CRISI gravissima, rispetto alla quale l'Europa è IMPREPARATA. Serve un grande PIANO ANTI-VIRUS che veda il coordinamento delle politiche fiscali e monetarie, e certamente all'Italia NON BASTA qualche briciola di flessibilità.


Financial Times: "Con o senza l'Europa: economisti italiani per un piano anti-virus"

Financial Times: "Con o senza l'Europa: economisti italiani per un piano anti-virus"
Financial Times, 13 marzo 2020
di Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche) e Antonella Stirati (Università di Roma Tre)




[SITO WEB CON IL DOCUMENTO IN ITALIANO E IN INGLESE]

I rischi del sistema bancario ombra

I rischi del sistema bancario ombra
di Rosa Canelli e Riccardo Realfonzo
www.economiaepolitica.it, 6 febbraio 2020

Il sistema bancario ombra (shadow banking system) è cresciuto considerevolmente negli ultimi decenni, in posizione di complementarità e surrogazione al sistema bancario tradizionale e alimentando la sempre maggiore finanziarizzazione dell’economia, ovvero il predominio della finanza sull’economia reale. Le transazioni complessivamente realizzate dal sistema ombra hanno ormai raggiunto nel mondo l’impressionante valore di 52 mila miliardi di dollari. Comunemente definito come l’insieme delle istituzioni finanziarie non bancarie che operano al di fuori dei circuiti regolamentati, il sistema bancario ombra ha progressivamente attratto l’attenzione della comunità accademica e le preoccupazioni delle istituzioni internazionali, soprattutto dopo lo scoppio della crisi economico-finanziaria del 2008.
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