La competitività italiana. Le imprese, i territori, le città metropolitane - Il libro

La competitività italiana. Le imprese, i territori, le città metropolitane - Il libro




Il libro, a cura di Riccardo Realfonzo, esamina la competitività dei sistemi produttivi, dei territori e delle città metropolitane italiane mediante alcuni indicatori innovativi, che si propongono di superare le difficoltà teorico-metodologiche presenti nei più noti studi delle istituzioni internazionali. L’esame viene condotto mediante l’elaborazione di due indicatori relativi alla dotazione produttiva e al contesto territoriale, e di un indice sintetico che tiene conto di queste due “dimensioni” della competitività. Emerge il quadro di un Paese in difficoltà e per nulla omogeneo, un affresco per certi aspetti meno consueto e più articolato rispetto alle rappresentazioni abituali, in cui ad esempio alcune realtà territoriali settentrionali registrano performance inferiori ad altre meridionali e in cui anche le disparità nelle dotazioni infrastrutturali e produttive delle città metropolitane emergono con evidenza, ponendo a tema la necessità di incisive politiche di sviluppo locale.

Il Rapporto nasce dalla collaborazione tra la Scuola di Governo del Territorio, di cui Realfonzo è direttore scientifico e didattico, e l’IFEL (la Fondazione della Associazione dei Comuni Italiani).

[FrancoAngeli, ottobre 2016, pp. 347]

Convegno "La competitività italiana. Le imprese, il territorio, le città metropolitane"

Convegno "La competitività italiana. Le imprese, il territorio, le città metropolitane"


Le politiche per l'ambiente in Italia - Tg3

Le politiche per l'ambiente in Italia - Tg3
7 ottobre 2016

Il servizio del Tg3 sul convegno della Scuola di Governo del Territorio


Il Convegno sull'ambiente della Scuola di Governo del Territorio

Il Convegno sull'ambiente della Scuola di Governo del Territorio

Si terrà venerdì 7 ottobre a Napoli il Convegno sull'ambiente organizzato dalla Scuola di Governo del Territorio e dal CNR. Prevista, tra gli altri, la presenza del ministro Gianluca Galletti, del sottosegretario Angelo Rughetti, del presidente ANAC Raffaele Cantone e del vicepresidente della Regione Campania Fulvio Bonavitacola.
www.scuolagovernoterritorio.it

Cometa, assegnati i mandati di gestione (8,3 miliardi) a 7 società


Riccardo Realfonzo, membro del cda del fondo pensione Cometa dei lavoratori metalmeccanici - il principale fondo pensione italiano - esprime soddisfazione per la conclusione della gara che ha portato alla definizione dei nuovi comparti di investimento e alla selezione dei gestori. A seguito di questa gara il risparmio pensionistico dei lavoratori sarà più adeguatamente gestito, con opportuna prudenza e a condizioni molto più favorevoli rispetto al passato.


Cometa, assegnati i mandati di gestione (8,3 miliardi) a 7 società
di Vitaliano d'Angerio
Il Sole 24 Ore, 30 settembre 2016

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Il servizio del Tg3 sulla MadEurope Summer School

Il servizio del Tg3 sulla MadEurope Summer School
10 settembre 2016


La scuola estiva diretta da Riccardo Realfonzo con il patrocinio della Scuola di Governo del Territorio.
 www.madeuropesummerschool.it

Il programma della MadEurope Summer School diretta da Riccardo Realfonzo

Il programma della MadEurope Summer School diretta da Riccardo Realfonzo, con il patrocinio della Scuola di Governo del Territorio

Ecco il programma della MadEurope Summer School che si tiene a Maratea dall'8 all'11 settembre 2016.


www.madeuropesummerschool.it

Comunicato stampa
Maratea: autorevoli economisti a confronto sulle riforme Europee dopo la Brexit

MARATEA – Si terrà venerdì 9 settembre alle 21:30 in Piazzetta Dietro la Rancia a Maratea (in caso di pioggia a Villa Nitti) un dibattito pubblico sul tema delle riforme di cui avrebbe bisogno l’Europa dopo la Brexit. L'incontro è organizzato nell'ambito della MADEurope summer school promossa dal Comune di Maratea e dalla Regione Basilicata, con il patrocinio autorevole della Scuola di Governo del Territorio in programma da giovedì 8 a domenica 11 Settembre. All'incontro parteciperanno i prestigiosi economisti che insegneranno nella Summer School. Ci saranno Riccardo Realfonzo, direttore scientifico della Summer School, noto economista e docente universitario, direttore scientifico e didattico della Scuola di Governo del Territorio, fondatore della rivista economiaepolitica.it; Vincenzo Visco, ordinario di Scienza delle Finanze presso l'Università La Sapienza di Roma e ministro delle finanze e del tesoro dal 1996 al 2000, e dal 2000 al 2001, oltre che vice ministro dell’economia dal 2006 al 2008; Adriano Giannola, Presidente della SVIMEZ; Gianfranco Viesti, editorialista ed autorevole economista dell’Università di Bari; Antonella Stirati, professore ordinario di economia politica presso l’Università di Roma Tre e animatrice del centro studi Piero Sraffa; Emiliano Brancaccio, docente di politica economica ed editorialista de “L’Espresso”.
<<L’Unione Europea è una realtà straordinaria - ha dichiarato Riccardo Realfonzo - esito di un percorso avviato con i trattati di Roma degli anni cinquanta del Novecento, finalizzati ad assicurare pace e solidarietà tra i popoli di Europa, e a rafforzare le condizioni dello sviluppo democratico, sociale ed economico. Ma affinché questi obiettivi così ambiziosi si raggiungano davvero, è importante che le istituzioni europee consentano finalmente una svolta di politica economica espansiva, per una crescita economica equilibrata e ben distribuita, tale da permettere la più ampia diffusione delle condizioni di accesso al lavoro e al benessere>>. Parteciperanno al dibattito anche i rappresentati delle istituzioni regionali e locali e i 25 studenti borsisti della Summer School, selezionati a seguito di un bando pubblico, che in questi giorni avranno la possibilità di seguire lezioni sulle caratteristiche del mercato del lavoro europeo, sul quadro macroeconomico italiano all’indomani della Brexit, sulle difficoltà di tenuta dell'eurozona e sul futuro dei tanti Mezzogiorni d'Europa.


Giulio Tremonti e Riccardo Realfonzo a confronto sulla Brexit

Giulio Tremonti e Riccardo Realfonzo a confronto sulla Brexit
Radio anch'io, Rai Radio 1, 29 giugno 2016

Per Tremonti bisognerebbe tornare agli Stati nazionali, lasciando solo pochi compiti all'Europa. Per Realfonzo occorrerebbe rivedere  radicalmente i trattati, prevedendo politiche fiscali e monetarie espansive, e redistributive.


La ripresina del Sud e la necessità di nuove politiche industriali

La ripresina del Sud e la necessità di nuove politiche industriali
di Riccardo Realfonzo
Il Corriere del Mezzogiorno, 30 giugno 2016

In Campania e nel Mezzogiorno finalmente nel 2015 è tornato il segno più. Ma la ripresina è debole, incerta, messa a serio rischio dalla Brexit. Va protetta nella culla. Accanto alle decontribuzioni, servono nuove politiche industriali con incentivi mirati per le imprese. E spendere finalmente presto e bene i fondi europei.


Brexit e fine dell’euro. Il “monito degli economisti” aveva visto giusto

Brexit e fine dell’euro. Il “monito degli economisti” aveva visto giusto
di Riccardo Realfonzo
www.economiaepolitica.it, 24 giugno 2016

L’affermazione dell’“exit” al referendum britannico apre una crisi che oggi vede uscire il Regno Unito dall’Unione Europea e che in breve tempo potrebbe vedere sgretolarsi l’eurozona. È il caso di dire che i nodi vengono sempre al pettine, e per una volta nessuno potrà dire che gli economisti non avevano avvertito.


Brexit o remain? Ovvero la guerra commerciale anglo-tedesca

Brexit o remain? Ovvero la guerra commerciale anglo-tedesca
di Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione
www.economiaepolitica.it, 22 giugno 2016

Gli squilibri delle bilance commerciali e i profondi processi di divergenza in atto nell’Unione Europea: sono queste le ragioni macroeconomiche di fondo del referendum sulla Brexit. Questioni con le quali, qualunque sarà l’esito del referendum, l’Europa dovrà fare i conti.

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Lotta alla deflazione? Il compito della BCE è un altro

Lotta alla deflazione? Il compito della BCE è un altro
di Danilo Carullo
www.economiaepolitica.it, 6 giugno 20116

Un’analisi empirica di Brancaccio, Fontana, Lopreite e Realfonzo appena pubblicata sul Journal of Post-Keynesian Economics evidenzia che la BCE non è in grado di governare l’andamento del reddito nominale e quindi nemmeno dell’inflazione. Lo studio risulta in linea con la tesi alternativa, secondo cui il vero compito della banca centrale consiste nella regolazione del ritmo delle insolvenze all’interno del sistema economico.

Riccardo Realfonzo: "Ecco perché la Napoli di de Magistris è fallita"

Riccardo Realfonzo: "Ecco perchè la Napoli di de Magistris è fallita"

di Simone Savoia
Il Giornale, 4 giugno 2016

Riccardo Realfonzo non è un personaggio facile. Economista, punto di riferimento in Italia della scuola classico-keynesiana, direttore della Scuola di governo del territorio, è stato assessore al bilancio del Comune di Napoli per due volte. La prima con Rosa Russo Jervolino, quasi al tramonto del decennio che ha sfasciato la città partenopea; se ne andò sbattendo la porta dopo aver denunciato il sistema clientelare che teneva in ostaggio la stessa sindaca. Lei per tutta risposta lo definì “il Robin Hood di Palazzo San Giacomo”, che alla fine del 2010 diventò un libro-denuncia scritto dallo stesso Realfonzo. La seconda con Luigi de Magistris, del quale è stato stretto collaboratore nella vittoriosa campagna elettorale per le comunali 2011. A giugno di quell’anno si insediò nel suo ufficio a Palazzo San Giacomo. A luglio 2012 la rottura con il sindaco e l’uscita dalla giunta.

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Gli errori del sindaco e i costi sociali di una sua rielezione

Gli errori del sindaco e i costi sociali di una sua rielezione
Perché il sindaco ha sbagliato "campagna"

di Riccardo Realfonzo
Il Corriere del Mezzogiorno, 4 giugno 2016

È stata una strana campagna elettorale. Sarebbe stato lecito attendersi un dibattito sui risultati raggiunti dal sindaco uscente e sulle proposte degli altri candidati, e invece de Magistris ha trasformato il confronto politico in una campagna anti-Renzi, scadendo persino in un penoso turpiloquio. E per evitare la discussione sui contenuti del suo operato, ha avanzato proposte risibili, come quella del fantomatico bilancio di previsione che propone il reddito di cittadinanza, senza però finanziarlo con il becco di un quattrino. Tutto fumo.
E dire che questo passaggio elettorale è decisivo per Napoli dal momento che incoronerà il sindaco della nascente città metropolitana, che interessa l’intera provincia. Una grande opportunità, visto che la gran parte della ricchezza e della occupazione vengono prodotte in Europa nelle aree metropolitane e che il bacino di influenza di Napoli si allarga a buona parte del Mezzogiorno. Ma per mettere in moto la città metropolitana occorre in primo luogo il Piano Strategico, cioè il documento che definisce gli obiettivi di sviluppo, per zone omogenee, e gli strumenti di intervento. Una operazione complessa, che richiede un confronto tra istituzioni e attori del territorio, e condivisione di intenti. Una sfida difficile, considerato che Napoli è l’ottava più grande area metropolitana d’Europa, con la più elevata densità demografica (dopo Barcellona), uno dei più bassi redditi per cittadino e servizi pubblici carentissimi, al punto che un recente studio della Commissione Europea la pone al penultimo posto in Europa per servizi e qualità della vita.
Quali passi sono stati compiuti negli ultimi cinque anni per varare la città metropolitana? Nessuno, considerato che de Magistris non ha lavorato al Piano Strategico e ha fatto incancrenire i problemi della Città, lasciandola nell’immobilismo: da Bagnoli a Napoli Est col Porto, dal Centro Unesco a Napoli Nord.
Certo non ha risanato il bilancio, come vorrebbe far credere, nonostante l’iniezione di liquidità senza precedenti – circa 1,2 miliardi di euro – ricevuta dal tanto vituperato Governo. E il fatto che i conti continuino a peggiorare, e che non siamo usciti da una condizione fallimentare, lo ha recentemente attestato la magistratura contabile. Infatti, contro la tesi di de Magistris, secondo il quale la situazione già nel 2013 sarebbe migliorata con una riduzione dello squilibrio a 700 milioni di euro, i magistrati hanno evidenziato che in realtà il buco si è acuito andando ben oltre il miliardo, a causa di “gravi irregolarità contabili e finanziarie”.
Ma non è finita qui: De Magistris non ha nemmeno avviato la razionalizzazione del patrimonio immobiliare, a cominciare dalle dismissioni dei cespiti inutili; non ha neppure provato a riorganizzare l’inefficiente macchina comunale, né ha efficacemente messo mano alle società partecipate; non ha dato impulso alla lotta all’evasione, riuscendo soltanto a disorientare i contribuenti vagheggiando l’“abolizione” di Equitalia. Per contro, ha portato le tasse e le tariffe ai livelli massimi, esattamente come sarebbe successo in caso di dichiarazione formale del dissesto.
Ecco perché Napoli è regredita e giunge all’appuntamento storico della città metropolitana del tutto impreparata: è mancata completamente la stagione promessa delle riforme vere, strutturali. E allora c’è un punto che forse sfugge ai tanti elettori che vedono nel sindaco uscente una linea progressista, magari di sinistra. Il punto è che de Magistris non soltanto non dispone di una cultura all’altezza della complessa sfida napoletana, ma in realtà quella sfida egli non è nemmeno intenzionato a coglierla. Quella di de Magistris, infatti, non è una linea progressista, ma solo un progetto personale, un utilizzo strumentale della Città per tentare una scalata alla politica nazionale. Con i suoi slogan ultra-populisti, che celano il vuoto amministrativo, potrebbe anche riuscire a guadagnarsi uno spazio nazionale, ma Napoli ha solo da perdere.
Ieri il Presidente del Consiglio Renzi e il Presidente della Regione De Luca hanno ricordato gli investimenti che insieme hanno promosso per l’area metropolitana di Napoli, rievocando la possibilità di una “Napoli produttiva”, che possa parlare al Mezzogiorno e al Paese. Entrambi invitano la Città a ricucire il rapporto con il Governo e la Regione, a evitare un esito elettorale che rischi di ostacolare i nuovi investimenti pubblici e privati che potrebbero far ripartire lo sviluppo e l’occupazione. A questo punto, come napoletani dovremmo domandarci se non sia necessario riprendere le fila del dialogo con il Governo e con la Regione, e soprattutto quali potrebbero essere i costi sociali di nuove contrapposizioni istituzionali e di un isolamento politico della Città.

I danni dell'austerità e la necessità degli investimenti pubblici

I danni dell'austerità e la necessità degli investimenti pubblici.
Riccardo Realfonzo ospite di UnoMattina
UnoMattina Rai 1, 20 febbraio 2016


I processi di mezzogiornificazione in Europa e le politiche industriali

I processi di mezzogiornificazione in Europa e le politiche industriali
Conferenza di Riccardo Realfonzo al Policy workshop su "Crescita investimenti e territorio"
Firenze, Palazzo Medici, 19 febbraio 2016

La conferenza di Realfonzo illustrerà i profondi processi di divergenza tra paesi centrali e paesi periferici in Europa. Tali processi stanno mettendo a rischio la tenuta dell'eurozona, come sottolineato nel famoso "Monito degli economisti" pubblicato nel 2013 dal Financial Times.
L'attenzione si concentrerà in particolare sulla drammatica contrazione degli investimenti pubblici registrata in Italia a seguito delle politiche di austerità, e sulla diminuzione drastica degli investimenti privati che scaturisce dalla riduzione delle prospettive di profitto delle imprese.
La domanda: è possibile innescare una ripresa dell'economia italiana che possa consentirle di agganciare i ritmi di crescita della Germania e delle altre aree centrali dell'Unione Europea senza una ripresa degli investimenti pubblici e nuove politiche industriali?


Lo sviluppo passa dalle città

Lo sviluppo passa dalle città
Servizio del Tg3 sul convegno "Il governo delle metropoli italiane", organizzato dalla Scuola di Governo del Territorio
Tg3 Campania


L'asfissia degli atenei nel Sud

L’asfissia degli atenei nel Sud
di Riccardo Realfonzo
Il Corriere del Mezzogiorno, 11 febbraio 2016

La condizione delle università italiane suscita crescente preoccupazione. È opinione diffusa che le riforme degli ultimi lustri siano state varate per ridurre i finanziamenti statali agli atenei, contribuendo al cosiddetto “risanamento” della finanza pubblica, e per giunta abbiano fallito nel ripartire in modo efficiente le risorse tra le sedi universitarie. I tagli ai finanziamenti sono infatti andati avanti di pari passo con l’introduzione di meccanismi di valutazione che avrebbero dovuto premiare i migliori atenei, innescando processi competitivi virtuosi, e che invece sono finiti sotto accusa per le storture che generano.
Nel periodo 2008-2014 il Fondo complessivo per le Università è stato ridotto del 14 per cento, con ripercussioni negative sui servizi agli studenti e sulla ricerca scientifica, già sottofinanziata rispetto alla media europea. Ma al peso dei tagli si è aggiunto l’effetto sperequativo dei nuovi meccanismi distributivi, in virtù dei quali le università settentrionali hanno perso “solo” il 7 per cento delle risorse mentre quelle meridionali hanno lasciato sul tappeto quasi il 20 per cento. Una condizione che, se perdurante, rischia di portare a una polarizzazione tra università (del Nord) che a mala pena riusciranno a preservare risorse per la ricerca scientifica e università (del Sud) che dovranno dedicarsi solo all’insegnamento di base. Per questo, oltre che sul taglio complessivo, le critiche si incentrano sui sistemi di valutazione della qualità dei prodotti scientifici, che appaiono del tutto inadeguati, ma anche sulla introduzione del principio del costo standard (in base al quale le risorse vengono assegnate tenendo conto solo degli studenti in corso) e sugli altri indicatori, come la capacità degli atenei di attrarre risorse finanziarie esterne e da contribuzione studentesca.
Il punto è – come mostrato le ricerchedell’Osservatorio Regionale sul Sistema Universitario, una delle qualianticipata da economiaepolitica.it  – che questi indicatori sono largamente influenzati dal contesto socio-economico in cui le università operano. Si tratta del vizio contenuto anche nelle classifiche sfornate dal Sole 24 Ore e da Repubblica-Censis, che ordinano le università non in base a parametri seri di valutazione della ricerca e della didattica quanto sulla base di indicatori di contesto. Per fare un esempio, non è forse ovvio che gli atenei lombardi hanno ben maggiore facilità nel raccogliere contributi studenteschi o finanziamenti da imprese locali rispetto alle università campane? E pertanto possono erogare maggiori borse di studio accrescendo il grado di internazionalizzazione? Ripartire le risorse sulla base di quegli indicatori significa premiare chi opera nei contesti più vantaggiosi, approfondendo i divari territoriali.

I vertici accademici italiani sono ben consapevoli di queste difficoltà e non a caso oggi all’Università Federico II si terrà un dibattito che vedrà la partecipazione anche del Presidente della Conferenza dei Rettori. La questione è cruciale. Si tratta di sostenere il diritto allo studio e la ricerca scientifica sull’intero territorio nazionale. Condizioni essenziali per riprendere la via dello sviluppo italiano.

Valutazione delle Università e distribuzione delle risorse scarse

Valutazione delle università e distribuzione delle risorse scarse
di Riccardo Realfonzo e Gaetano Perone
www.economiaepolitica.it, 10 febbraio 2016


Le riforme universitarie degli ultimi anni sono state piegate alle esigenze delle cosiddette politiche di “risanamento” della finanza pubblica, e per questa ragione si sono accompagnate a una progressiva riduzione dei fondi per il sistema universitario nel suo insieme. Contemporaneamente, con le ultime riforme sono stati introdotti dei meccanismi premiali finalizzati a innescare processi concorrenziali tra gli Atenei per l’attribuzione delle risorse. Il risultato è che nel periodo 2008-2014 il Fondo di Finanziamento Ordinario per le Università (FFO) si è ridotto complessivamente di circa il 14%, ma mentre le Università settentrionali hanno perso il 7% quelle meridionali hanno dovuto rinunciare addirittura al 19% delle risorse...
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Il governo delle metropoli italiane

Il governo delle metropoli italiane
Il servizio di Fanpage, 21 gennaio 2016


Banche in crisi e borse in ribasso. Intervista a Riccardo Realfonzo

Banche in crisi e borse in ribasso. Intervista a Riccardo Realfonzo
Radio Onda d'Urto, 20 gennaio 2016

Giornate difficili per le Borse mondiali e il settore della finanza.
Dalle asiatiche a quelle europee, è il segno meno a farla da padrone.
Sul fronte internazionale pesa soprattutto il prezzo del petrolio, che rimane basso a causa della sovrapproduzione e della grande disponibilità sul mercato.
In Italia invece sono le banche a condizionare maggiormente gli scambi.
Mps e Carige gli istituti più in difficoltà, ma tutto il comparto patisce i timori per i cosiddetti “crediti deteriorati”.
L’analisi di Riccardo Realfonzo, docente di Fondamenti di economia politica all’Università del Sannio.
ASCOLTA L'INTERVISTA

Il governo delle metropoli italiane. Il programma e il comunicato stampa

"Il governo delle metropoli italiane": il programma e il comunicato stampa

Metropoli: iniziativa a Napoli della Scuola di Governo del Territorio
Giovedì assise con esponenti governo e amministratori locali
(ANSA) - NAPOLI, 19 GEN - Il ruolo delle metropoli nella crescita dell'economia italiana, la riforma delle città metropolitane, l'agenda del Governo e il "caso Napoli": questi i temi al centro delle assise "Il governo delle metropoli italiane" che si terranno nell'Università Federico II giovedì prossimo, 21 gennaio (Complesso dei Santi Marcellino e Festo, ore 10-18,30). Si tratta, rilevano i promotori del convegno, ''di una nuova occasione di riflessione offerta dalla Scuola di Governo del Territorio, diretta da Riccardo Realfonzo e istituita lo scorso anno presso il Consorzio Promos Ricerche dalle Università della Campania, dal Cnr, dall'Ifel-Fondazione Anci, dalla Camera di Commercio, dall'Acen e da numerose istituzioni e associazioni scientifiche''. Il convegno vedrà ''una folta partecipazione di rappresentanti del Governo, delle istituzioni e del mondo scientifico''.
Nella sessione mattutina, dopo i saluti dei rettori Gaetano Manfredi, Filippo de Rossi e Lucio d'Alessandro, e del direttore della Scuola, il segretario dell'Associazione nazionale dei comuni, Veronica Nicotra, sottolineerà il ruolo strategico delle città per l'economia italiana. Successivamente, il direttore generale dell'Agenzia per la Coesione Territoriale, Ludovica Agrò, e il presidente della Svimez, Adriano Giannola, affronteranno i temi dei divari territoriali. ''Di rilievo - rileva la nota - oltre l'intervento della presidente dell'Istituto Nazionale di Urbanistica, Silvia Viviani, sarà anche il confronto tra gli esponenti della Banca Europea per gli Investimenti e della Cassa Depositi e Prestiti, Eugenio Leanza ed Edoardo Reviglio, sulla questione degli strumenti per lo sviluppo delle metropoli''.
Sul tema delle dinamiche sociali e della programmazione urbanistica si incentrerà invece la prima sessione del pomeriggio, presieduta del direttore dell'Ifel-Fondazione Anci, Pierciro Galeone. Alla discussione parteciperanno i professori Maurizio Tira (presidente del Censu), Giulio Mondini (direttore del Siti, Torino) e Francesco Domenico Moccia (Università di Napoli Federico II).
L'attenzione si sposterà, quindi, sulla ''complessa realtà della città metropolitana di Napoli, con una tavola rotonda affidata alla regia del vicedirettore del 'Corriere della Sera', Antonio Polito''. L'attenzione del governo sul tema è assicurata dalla presenza al dibattito del sottosegretario Angelo Rughetti, il quale discuterà con il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, con il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, con il presidente del Cnr, Luigi Nicolais, con il presidente degli industriali partenopei, Ambrogio Prezioso, e con il presidente dell'Anci Campania, Domenico Tuccillo.
Il convegno si chiuderà con l'intervento del sottosegretario agli Affari regionali e alle autonomie, Gianclaudio Bressa, che parlerà delle riforme per il governo strategico delle città metropolitane.(ANSA).
   
19-GEN-16 14:58

Un contratto per il futuro. Appello degli economisti

Un contratto per il futuro

Appello degli economisti
L'Unità, 17 gennaio 2016, pag. 1


I prossimi rinnovi dei contratti di lavoro potrebbero consentire alle parti sociali di fornire un prezioso contributo alla rimozione di alcuni ostacoli alla crescita del Paese, riattivando la domanda, favorendo l’aumento della produttività, esortando il Governo a varare nuove politiche industriali. A cominciare dal contratto dei lavoratori metalmeccanici, da sempre riferimento per tutta la contrattazione nazionale, sarebbe indispensabile che le parti sociali raggiungessero un accordo unitario che - come hanno chiesto all’unisono i sindacati confederali dei lavoratori - evitasse di congelare i salari, limitandosi magari a distribuire aumenti in busta paga e dosi di welfare aziendale nelle sole imprese in cui si registri una positiva dinamica della produttività. Un contratto di questo tipo non favorirebbe la ripresa della domanda e insisterebbe nella ricerca di una competitività fondata sulla compressione assoluta dei costi di produzione e sull’utilizzo delle tecnologie più tradizionali.
Per comprendere quale sia la svolta contrattuale di cui c’è bisogno, è necessario ricordare che l’economia italiana ha reagito in modo particolarmente negativo alla crisi del 2008, considerato che ancora oggi il valore della produzione nazionale resta inferiore in termini reali di quasi 7 punti percentuali rispetto ad allora e la disoccupazione rimane quasi doppia. Ebbene, stando a risultati consolidati della ricerca scientifica, le ragioni principali di questo tracollo sono da ricercare principalmente nelle asfittiche dinamiche italiane di lungo periodo della domanda e della competitività.
Per quanto attiene al debole andamento della domanda aggregata di merci e servizi, gli economisti largamente concordano sulle gravi responsabilità del sistema dei vincoli europei e delle connesse politiche di austerità praticate in questi anni. Gli effetti di queste politiche si sono inoltre sommati a una tendenza di lungo periodo al ristagno della domanda interna, causato in certa misura dalla linea di moderazione salariale avviata con il Patto del luglio 1993. A riguardo è sufficiente ricordare, utilizzando i dati della Commissione Europea, che la quota del prodotto interno lordo che remunera i lavoratori si è ridotta nell’ultimo quarto di secolo di circa 8 punti percentuali. Dei rinnovi contrattuali che oggi tendessero a inasprire tali tendenze, tramite il congelamento dei salari, provocherebbero una ulteriore crisi della domanda interna, con effetti deleteri su larga parte del sistema nazionale delle imprese. Ciò che serve, dunque, è sostenere i redditi dei lavoratori per alimentare la domanda.
In tema di competitività, per quanto i vertici di Federmeccanica si ostinino a ribadire che il problema dipenda dal livello dei salari, come ha riconosciuto persino l’ufficio studi di Confindustria “l’andamento delle due componenti del Costo del Lavoro per Unità di Prodotto (costo del lavoro e produttività) mostra che il problema italiano è, soprattutto, la produttività”. È infatti l’asfittica dinamica della produttività che - come mostrano i dati della Commissione Europea – ha generato la progressiva perdita di quote nel commercio internazionale cui assistiamo dai primi anni Novanta. Ed è nel Mezzogiorno che l’evidenza di queste tesi si dimostra con il dato maggiormente eclatante: ai più bassi salari corrisponde il più alto costo del lavoro per unità di prodotto. Alla base della crisi di competitività italiana vi sono quindi alcune insufficienze ataviche del sistema produttivo, che persistono ancora oggi. In vari settori, inclusa l’industria metalmeccanica, continua a persistere un modello di specializzazione produttiva mediamente fondato su imprese piccole, che investono poco nelle nuove tecnologie e nella formazione dei lavoratori, e che operano in un contesto in cui vi sono infrastrutture pubbliche, materiali e immateriali, inferiori agli standard dei Paesi avanzati dell’Unione Europea. Una condizione di inadeguatezza che si sta ulteriormente approfondendo dopo la crisi del 2008 e che le cosiddette “riforme strutturali” difficilmente potranno controbilanciare. Il problema delle imprese italiane, dunque, non verte su un eccessivo peso dei salari, ma nella insufficienza di investimenti pubblici e privati.
Per queste ragioni, il rinnovo contrattuale dei lavoratori metalmeccanici, il più grande comparto dell’industria italiana, può costituire la concreta occasione per riprendere una franca discussione sulle reali “strozzature” alla crescita e per indicare nuove vie di rilancio. Una analisi delle dinamiche del sistema produttivo italiano aiuterebbe a comprendere che a nulla serve, oggi, un nuovo indebolimento del contratto nazionale e la cancellazione della sua funzione perequativa, né aiuta un blocco totale della dinamica salariale. Piuttosto, è necessario un contratto che valorizzi il lavoro, aiuti le imprese ad innovarsi, ed esorti unitariamente il Governo a varare urgenti politiche industriali che sostengano le imprese e che le pongano progressivamente in condizioni di operare in un contesto infrastrutturale più adeguato. Ci auguriamo che le componenti più vitali e lungimiranti delle parti sociali possano chiudere una stagione contrattuale che parli al Governo, e che esorti tutti a porre in essere le innovazioni di cui l’economia italiana ha urgente bisogno.

L’appello è promosso da Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche) e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio).
Il documento è anche sottoscritto da Salvatore Biasco (Università di Roma La Sapienza), Adriano Giannola (SVIMEZ), Maria Cristina Marcuzzo (Università di Roma La Sapienza), Mario Pianta (Università di Urbino Carlo Bo), Gustavo Piga (Università di Roma Tor Vergata), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma La Sapienza), Antonella Stirati (Università di Roma Tre), Leonello Tronti (ISTAT) e Vincenzo Visco (Università di Roma La Sapienza).