Mezzogiorno: perché stiamo soffocando

Perché stiamo soffocando
Dietro i dati Istat sul Sud
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 30 maggio 2014

La crisi ha agito da cartina di tornasole delle croniche debolezze dell’economia italiana e delle sue contraddizioni, come conferma la lettura dell’ultimo Rapporto Istat. La più profonda di queste contraddizioni è naturalmente il dualismo Nord-Sud, che esce ancora più esasperato da questi anni di crisi. La fotografia delle due Italie è stata già tante volte scattata: il differenziale nel reddito per cittadino che aumenta, la disoccupazione che sale nel Mezzogiorno molto più che altrove, falciando soprattutto i giovani e le donne, i flussi migratori che segnano nuovi record, lo Stato sociale che si ritrae ben più che al Centro o al Nord. Ma a leggerlo bene, il Rapporto Istat chiarisce che la flessibilità del mercato del lavoro è ormai in linea con quella della Germania e conferma alcune cause del dualismo crescente, in buona misura le stesse di sempre.
Il Rapporto mostra, infatti, che l’unica componente della domanda di beni e di servizi che in questi anni ha mantenuto i suoi livelli è quella estera, mentre i consumi delle nostre famiglie, gli investimenti delle imprese e i consumi pubblici sono in caduta libera. È per questo che gli imprenditori che producono per i mercati esteri sono riusciti a mantenere i livelli di fatturato - e qualche volta li hanno persino accresciuti - mentre coloro che producono per il mercato interno hanno assistito a un crollo severo delle vendite, e hanno ridotto conseguentemente i livelli di attività. Ma per esportare occorre essere competitivi nel confronto internazionale e questa è una condizione che raramente è alla portata del tessuto produttivo meridionale. L’Italia nel suo insieme sconta, infatti, una rilevante inadeguatezza dell’apparato produttivo, soprattutto sul piano della dimensione delle imprese, delle tecnologie che esse adottano e degli assetti proprietari e gestionali. Basti pensare che l’apparato produttivo italiano è costituito per il 95% da piccolissime imprese (con meno di dieci addetti) che impiegano quasi sempre tecnologie tradizionali e hanno una conduzione familiare. Qui è il nostro Mezzogiorno a fare la parte da leone, mentre le realtà mediamente più grandi e avanzate dal punto di vista tecnologico e gestionale sono nel Centro-Nord. La “mappa dell’efficienza produttiva” elaborata dall’Istat lo conferma con una certa precisione: le microimprese “hanno un livello di efficienza inferiore a quello nazionale” e non a caso le imprese settentrionali risultano ben più efficienti di quelle meridionali.
Insomma, l’apparato produttivo del Centro-Nord, con tutti i suoi limiti, è ben più attrezzato di quello meridionale per cogliere quel po’ di traino delle esportazioni che anche in questi anni si è potuto registrare, soprattutto grazie alla spinta dei paesi esterni all’Unione Monetaria (USA in testa) che si sono ben guardati dall’adottare politiche restrittive. Mentre la grandissima maggioranza delle imprese meridionali restava a boccheggiare nell’asfittico mercato interno. Il tutto per tacere della assoluta carenza di infrastrutture materiali e immateriali nel Mezzogiorno, e di una spesa pubblica in ritirata più che altrove. In un quadro di austerity che colpisce soprattutto le realtà più deboli e nel deserto della politica industriale si capisce come mai il prodotto interno lordo per cittadino del Mezzogiorno sia prossimo ai livelli minimi europei e come mai ogni anno quasi 90mila abitanti di queste terre decidono di emigrare.

La commemorazione di Augusto Graziani

Giovedì 22 maggio, alle ore 17,00, Adriano Giannola (presidente della Svimez) e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) commemoreranno il professor Augusto Graziani, scomparso il 5 gennaio scorso. L'evento è organizzato dalla Accademia Pontaniana e dalla Società Nazionale di Scienze Lettere e Arti, e si terrà presso la sede storica delle accademie, in via Mezzocannone n.8, secondo piano, a Napoli.


[Nella foto, da sinistra: Riccardo Realfonzo, Augusto Graziani e Mario Draghi]

Perché sono sempre più euroscettici. Dopo il "monito degli economisti" si intensifica la critica

Perchè sono sempre più euroscettici. Gli allievi di Graziani: Realfonzo e Brancaccio
Dopo «Il monito degli economisti» pubblicato sul Financial Times si intensifica la critica
di Paolo Grassi
Corriere del Mezzogiorno, 21 maggio 2014



C'è una nidiata di meridionalisti, prof quaranta/cinquantenni in larga parte allievi di Augusto Graziani (scomparso recentemente), che s'interrogano con sempre maggiore frequenza sugli effetti dell'unione monetaria per l'Italia tutta e per il Mezzogiorno in particolare. Un euroscetticismo non ancora sfociato nella dichiarata volontà di uscire dal conio continentale, ma che li avvicina sicuramente al fatidico punto di non ritomo.
Sull'ultimo numero di Left — che pubblica un lungo servizio dal titolo euro sì, euro no — due di loro, Riccardo Realfonzo ed Emiliano Brancaccio, studiosi napoletani di matrice post-keynesiana che alla fine della scorsa estate hanno promosso «II monito degli economisti» (pubblicato sul Financial Times il 23 settembre), vengono inquadrati alla testa dei cosiddetti «critici». E dunque una via mediana tra Paolo Savona e Alberto Bagnai, definiti «ultras del no» (Manifesto di solidarietà europea) e i «pasdaran sì euro» Lorenzo Bini-Smaghi, Fabrizio Saccomanni e Marcello Messori (Uscire dall'euro, una tentazione pericolosa).
«Come una parte della comunità accademica aveva previsto, la crisi sta rivelando una serie di contraddizioni nell'assetto istituzionale e politico dell'Unione monetaria europea. Le autorità europee hanno compiuto scelte che, contrariamente agli annunci, hanno contribuito all'inasprimento della recessione e all'ampliamento dei divari tra i paesi membri dell'Unione». Tutto comincia proprio il 23 settembre 2013 con «II monito degli economisti». Un j'accuse controfirmato da personaggi del calibro di Philip Arestis (University of Cambridge), Wendy Carlin (University College of London) e James Galbraith (University of Texas).
Realfonzo (ex assessore al Bilancio delle giunte napoletane targate Rosa Iervolino e Luigi de Magistris) e Brancaccio, entrambi dell'Università del Sannio, sono cresciuti — appunto — con gli insegnamenti di Graziani. Tesi alle quali si ispirano anche altri firmatari del documento rilanciato da Ft: da Stefano Figuera (Università di Catania) a Gennaro Zezza (Levy Institute e Ateneo di Cassino), a Giuseppe Fontana (Leeds and Sannio Universities).
Brancaccio, dal canto suo, proprio nei giorni scorsi ha terminato di lavorare — insieme a Nadia Garbellini dell'Ateneo di Bergamo — a uno studio, «Uscire o no dall'euro: gli effetti sui salari»: «Negli ultimi cinque anni — è scritto nella ricerca — la Germania ha conseguito una crescita del Pii di quasi tre punti percentuali, a fronte di una caduta superiore ai sette punti in Italia. Si tratta di una divaricazione che non ha precedenti dal secondo dopoguerra. Nei giorni scorsi, gelando gli ottimisti al governo,l'Eurostat ha confermato la tendenza: confrontando il prodotto interno lordo del primo trimestre 2014 rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente, si rileva una crescita superiore ai due punti percentuali in Germania e una ulteriore diminuzione di mezzo punto in Italia (che, precisa Brancaccio al Corriere del Mezzogiorno equivale a una dinamica sicuramente più penalizzante per il Sud Italia). Semmai ve ne fosse stato bisogno, siamo di fronte all'ennesima conferma del "monito degli economisti": le politiche di austerity e di flessibilità del lavoro non riescono a ridurre le divergenze tra i paesi membri dell'Eurozona, ma per certi versi tendono persino ad accentuarle». Poi: «Il pericolo evocato da Draghi di una "grande inflazione" in caso di uscita dall'euro? Non trova riscontri adeguati». Anche l'opinione secondo cui «gli effetti salariali e distributivi di un abbandono dell'euro non dovrebbero destare preoccupazioni, però, è smentita dalle evidenze empiriche. Se si vuole salvaguardare il lavoro, dunque, la critica della moneta unica deve essere accompagnata da una critica del mercato unico europeo».
Il punto, è scritto sul blog di Realfonzo, che guida anche il sito economiaepolitica.it, «non è semplicemente stare dentro o fuori l'euro, ma anche e soprattutto come si sta dentro o fuori. Restare nell'euro con queste politiche di austerità e subendo l'aggressione neomercantilista della Germania, che ci spinge a comprimere diritti e salari, è un vero dramma. E lo stiamo sperimentando. Uscire dall'euro, tuttavia, potrebbe dare luogo a processi redistributivi ai danni dei percettori di redditi fissi ed anche esporci ad attacchi speculativi di diversa natura. Anche alla luce degli ultimi dati Eurostat, che dimostrano quanto siano violenti i processi di divergenza in atto in Europa, con la Germania che cresce e i Paesi periferici che continuano la caduta, il "monito degli economisti" pubblicato nel settembre scorso si rivela il documento più lucido e lungimirante di cui disponiamo». E parliamo di un vero e proprio manifesto degli euroscettici: «Nel 1919 John Maynard Keynes contestò il Trattato di Versailles con parole lungimiranti: "Se diamo per scontata la convinzione che la Germania debba esser tenuta in miseria, i suoi figli rimanere nella fame e nell'indigenza, se miriamo deliberatamente alla umiliazione dell'Europa centrale, oso farmi profeta, la vendetta non tarderà"». Sia pure «a parti invertite, con i paesi periferici al tracollo e la Germania in posizione di relativo vantaggio, la crisi attuale presenta più di una analogia con quella tremenda fase storica, che creò i presupposti per l'ascesa del nazismo e la seconda guerra mondiale. Ma la memoria di quegli anni sembra persa: le autorità tedesche e gli altri governi europei stanno ripetendo errori speculari a quelli commessi allora. Questa miopia, in ultima istanza, è la causa principale delle ondate di irrazionalismo che stanno investendo l'Europa, dalle ingenue apologie del cambio flessibile quale panacea di ogni male fino ai più inquietanti sussulti di propagandismo ultranazionalista e xenofobo».

Pasdaran sì euro e ultras no euro. Poi quelli del "monito degli economisti"

Pasdaran sì euro e ultras no euro. Poi quelli del "monito degli economisti"



Il settimanale Left (con un articolo di Luca Bonaccorsi del 17 maggio 2014) fa il punto sul dibattito tra gli economisti italiani ed europei sull’euro. E propone una classificazione (vedi l’immagine). Da un lato, ci sono i “pasdaran sì euro”, che sostengono la necessità che l’Italia resti sempre e comunque nella moneta unica. Dall’altro, ci sono gli “ultras no euro”, secondo i quali l’uscita dall’unione monetaria risolverebbe tutti i nostri problemi. Poi ci sono quelli che Left definisce gli “studiosi critici”, i quali si rendono conto che il punto non è semplicemente stare dentro o fuori l’euro, ma anche e soprattutto come si sta dentro o fuori. Restare nell’euro con queste politiche di austerità e subendo l’aggressione neomercantilista della Germania, che ci spinge a comprimere diritti e salari, è un vero dramma. E lo stiamo sperimentando. Uscire dall’euro, tuttavia, potrebbe dare luogo a processi redistributivi ai danni dei percettori di redditi fissi ed anche esporci ad attacchi speculativi di diversa natura. Anche alla luce degli ultimi dati Eurostat, che dimostrano quanto siano violenti i processi di divergenza in atto in Europa, con la Germania che cresce e i Paesi periferici che continuano la caduta, il monito degli economisti, pubblicato nel settembre scorso dal Financial Times, si rivela il documento più lucido e lungimirante di cui disponiamo. 

La tesi contro la flessibilità: "Non porta più lavoro"

La tesi contro la flessibilità: "Non porta più lavoro"
di Raffaele Ricciardi
La Repubblica, 15 maggio 2014

La Repubblica dedica ampio spazio allo studio di Realfonzo e Tortorella Esposito pubblicato da economiaepolitica.it. Le conclusioni vengono definite "potenzialmente dirompenti" e il giornale si domanda: ora che è stato approvata la riforma Poletti del lavoro a termine "il tasso di disoccupazione scenderà?".

Qui il commento di Repubblica.

Realfonzo: "La precarietà crea lavoro? Falso"

Realfonzo: “La precarietà crea lavoro? Falso”
di Carlo Di Foggia
Il Fatto Quotidiano, 14 maggio 2014

La flessibilità produce occupazione? “È la grande bugia dei nostri tempi. Basterebbe esaminare i dati ufficiali per scoprire gli insuccessi di queste politiche”. Dati che Riccardo Realfonzo, economista, docente di economia politica all’Università del Sannio ed editorialista del Sole 24ore ha pubblicato sulla rivista economiaepolitica.it. Uno studio che comprende tutti i Paesi dell’Eurozona e copre un quarto di secolo, dal 1990 ad oggi: “Vi è evidenza empirica che gli interventi di liberalizzazione del mercato del lavoro, anche con specifico riferimento al lavoro a termine, hanno fallito nel determinare la crescita occupazionale - si legge nello studio - Non si comprende, quindi perché l’Italia e l’Europa dovrebbero continuare lungo una strada che ha ampi costi sociali”. Lo studio si fonda sui dati Ocse, “cioè quell’istituzione di cui il ministro Padoan è stato capo economista, ma che sorprendentemente ignora quando difende il decreto Poletti”. Meno protezioni e vincoli per le imprese, liberalizzazione dei contratti a termine, tutto rientra negli indicatori dell’organizzazione parigina. “Basta incrociarli con la media delle variazioni del tasso di disoccupazione, secondo le metodologie tradizionali”. 
E cosa si scopre?
Che non c'è alcuna correlazione. Prendiamo l’indice che misura il grado di protezione del lavoro in un Paese (Epl). Negli anni, a eccezione di Francia, Austria e Irlanda, tutti i Paesi dell’Eurozona hanno ridotto le tutele. Per l’Italia, l'indice è calato di oltre il 40 per cento dal 1990 a oggi.
Con quali risultati?
Nessuno. Incrociando si osserva che all’aumentare della flessibilità la disoccupazione nell’Eurozona tende semmai ad aumentare. Paesi come Spagna e Grecia hanno deregolamentato molto il mercato del lavoro, senza alcun effetto.
Però nel frattempo è intervenuta la crisi.
Per questo abbiamo effettuato anche una analisi relativa al solo periodo pre-crisi, fino al 2007, e il risultato non cambia. Ma questo studio non può destare sorpresa. Già l’Employment Outlook pubblicato nel 2004 dall’Ocse spiegava che la maggiore flessibilità non determina più occupazione. Ma Padoan non è stato capo economista dell’OCSE? Non ha letto quei lavori? Come fa a difendere la liberalizzazione del lavoro a termine? E poi nel passato l’OCSE non è stata nemmeno una voce isolata.
Chi altro?
Anche l’attuale capo economista del FMI, Olivier Blanchard, nel 2006 ha spiegato che la flessibilità non favorisce l’occupazione.
Perché intervenire sulla flessibilità non è servito?
Evidentemente perché frena i salari, rallentando la domanda interna. Inoltre, queste politiche spingono le imprese verso un modello di specializzazione produttiva fondato sui bassi costi di produzione, non sulle nuove tecnologie. E anche questo frena la crescita.
Il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha detto che il decreto produrrà occupazione.
Poletti crede nella precarietà espansiva, l’idea che la flessibilità possa aumentare l’occupazione. Una idea totalmente smentita dall’analisi scientifica. Le confesso che sono preoccupato. Gli spunti più interessanti del Jobs Act, e cioè gli interventi di politica industriale, sembrano accantonati per la mancanza di risorse dovute al rispetto dei vincoli europei. E l’unica cosa che viene fuori è la precarietà espansiva di Poletti. Che non ci porterà da nessuna parte.

Gli insuccessi nella liberalizzazione del lavoro a termine

Gli insuccessi nella liberalizzazione del lavoro a termine
di Riccardo Realfonzo e Guido Tortorella Esposito
economiaepolitica.it, 13 maggio 2014

In questo studio esaminiamo la correlazione tra flessibilità del lavoro e occupazione nei paesi dell'Eurozona, tra il 1990 e il 2013. Lo scopo è verificare se effettivamente, come sostiene la letteratura più conservatrice, le politiche di flessibilità contribuiscano a ridurre la disoccupazione. L'analisi - che viene condotta sulla base di dati OCSE ed Eurostat, con l'impiego di metodologie consolidate - mostra che le politiche di flessibilità hanno registrato una lunga serie di insuccessi. Lo studio si sofferma in particolare sugli effetti della liberalizzazione del ricorso al lavoro a termine, prima e dopo la crisi scoppiata a fine 2007, e mostra che le politiche di riduzione della protezione del lavoro a termine non hanno avuto alcun effetto positivo sull'occupazione.
Per leggere lo studio: www.economiaepolitica.it.

Perchè sostengo l'appello degli studenti di tutto il mondo per il pluralismo in economia

Dichiarazione globale per il pluralismo in economia
www.economiaepolitica.it, 5 maggio 2015

Ho accettato, insieme all'intera redazione di economiaepolitica.it di cui sono direttore, di firmare l'appello proposto da 42 reti di associazioni studentesche di 19 paesi del Mondo (Argentina, Austria, Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Francia, Germania, India, Inghilterra, Israele, Italia, Nuova Zelanda, Scozia e Stati Uniti)  a favore della pluralità della ricerca e dell’insegnamento nell’economia politica (A global student call for pluralism in economics). Si tratta di una iniziativa importante perché è sempre più necessario arginare l’influenza del mainstream neoclassico-liberista che continua a fornire una giustificazione culturale alle politiche di austerità in Europa e in generale alle politiche conservatrici nel Mondo. E ciò nonostante i limiti analitici evidenti dell'approccio neoclassico tradizionale e nonostante il fallimento delle politiche conservatrici. Gli studenti che propongono l'appello correttamente vedono il loro futuro messo a rischio dalla diffusione di interpretazioni erronee del funzionamento del sistema economico e da politiche economiche che difendono interessi di minoranze. Insieme alla redazione di economiaepolitica.it mi auguro che questo appello possa fornire un piccolo contributo alla rivisitazione delle politiche liberiste e possa favorire la diffusione di un maggiore pluralismo nelle accademie mondiali, anche attraverso un cambiamento nelle metodologie di valutazione della ricerca, che tendono a premiare quanti pubblicano sulle riviste più ortodosse.

A Napoli la politica occupa le partecipate

Le nomine nelle società del Comune
A Napoli la politica occupa le partecipate
di Riccardo Realfonzo
Corriere del Mezzogiorno, 1 maggio 2014

Nel bocciare il piano di risanamento proposto dal Comune di Napoli, la Corte dei Conti della Campania ha sottolineato che il maggiore bubbone delle finanze partenopee sta nelle società partecipate del Comune. Società che dovrebbero gestire i servizi pubblici locali e che vengono ripetutamente utilizzate come carrozzoni clientelari: il principale canale attraverso il quale a Napoli la spesa pubblica viene piegata a strumento di potere e consenso.
Quando nel 2009 mi dimisi dall’incarico di assessore al bilancio della giunta Iervolino, principalmente per non avere potuto imprimere una svolta nella gestione delle società comunali, raccontai in un libro un illuminante episodio. Si doveva nominare il membro di un Cda e il curriculum che mi fu sottoposto narrava, tra gli elementi ritenuti più significativi, le virtù di ballo e canto del candidato, oltre agli occhi verdi e ai capelli castani. La mia meraviglia fu grande, anche perché, mio malgrado, il signore in questione ottenne la nomina. Mai avrei potuto immaginare che - dopo qualche anno e tante promesse di cambiamento - svolgendo il medesimo incarico con de Magistris avrei visto in qualche caso avanzare candidature di amministratori senza neppure il fastidio di allegare un curriculum.
Nel dibattito partenopeo sulle società comunali ci si divide tra sostenitori del “socialismo municipale” e fautori delle privatizzazioni. Con i primi che si aggrappano spesso a dogmi privi di sostanza e i secondi che dimenticano l’unica becera esperienza di società mista pubblico-privata realizzata a Napoli (la Elpis, più nota per le cronache giudiziarie che altro). La realtà è che, dalle nostre parti, la vera rivoluzione sarebbe avere società pubbliche gestite con criteri e metodi aziendali, tali da contemperare efficienza ed equità.
La Corte dei Conti, dunque, richiama l’attenzione su quella che Enrico Berlinguer definiva “occupazione” delle istituzioni da parte della politica. Con la differenza che oggi a Napoli l’occupazione delle istituzioni e degli enti pubblici è appannaggio di singole micro-correnti, quando non di capipopolo e lobby. Eppure è bastato che a capo della Napoli Servizi - uno dei carrozzoni creati dal Comune negli anni ‘90 - capitasse, nei primi giorni di de Magistris sindaco, un manager indipendente per portarla a livelli di produttività inimmaginabili qualche anno prima. Quel manager è stato naturalmente silurato dal sindaco, ma anche quella esperienza dimostra che la speranza di un pubblico che funzioni - e che sa anche fare passi indietro a vantaggio del privato, se necessario - non è del tutto astratta.
Un altro fatto istruttivo è relativo alla proposta di regolamento per le nomine nelle società partecipate avanzata dai consiglieri di Ricostruzione Democratica. Il gruppo propone semplicemente che per procedere a nomine in enti e aziende, come accade in quasi tutti i grandi comuni italiani, l’amministrazione effettui una comparazione tra curriculum raccolti mediante un avviso pubblico. È bastato avanzare questa proposta per gettare nel panico sindaco, giunta e consiglio, scatenando attacchi sgangherati di ogni sorta contro i proponenti. Il punto è che sarebbe sufficiente introdurre una norma simile per rendere difficili operazioni come mettere a capo della neonata holding dei trasporti – una società per la quale si ambirebbe a trovare un partner privato – un fedelissimo del sindaco, che fino al giorno precedente faceva parte del suo staff e prima ancora lavorava con Pecoraro Scanio.
Qualcuno a Napoli voleva “scassare”. Come a dire, cambiare tutto per non cambiare niente.