Il dissesto si può evitare solo con una nuova norma e con riforme radicali

Il dissesto si può evitare solo con una nuova norma e con riforme radicali

di Riccardo Realfonzo

Corriere del Mezzogiorno, 12 ottobre 2021


Chiusa la fallimentare stagione de Magistris, oggi Napoli ha un nuovo autorevole sindaco, sorretto da una compagine politica ampia, e spera di riprendere il sentiero dello sviluppo. Tuttavia, la nascente amministrazione trova la strada sbarrata dal macigno del collasso economico-finanziario in cui versa il Comune con le sue società che erogano i servizi pubblici. La storia recente è nota. Nel 2011 de Magistris ereditò una condizione di bilancio difficile rispetto alla quale, come suo assessore al ramo, prospettai un insieme organico di riforme. L’anno successivo, disposta una ricognizione straordinaria per fare piena luce sui conti, dovetti lasciare l’incarico in quanto non mi fu permesso di attuare quelle riforme. Al termine di quell’anno il buco di bilancio fu stimato in 850 milioni. Seguì l’adesione del Comune alla disciplina del predissesto  che permise di ottenere cospicue risorse a fronte della predisposizione di un piano di rientro dal debito che, però, apparve subito risibile perché ignorava i problemi o provava a fronteggiarli con misure inadeguate. Non a caso, la Corte dei Conti della Campania chiese lo stato di dissesto. Dopo di allora, complici soccorsi normativi mal costruiti, lo stato comatoso del Comune si è acuito sempre più, con spreco di risorse pubbliche, crescita della pressione fiscale locale, azzeramento dei servizi pubblici. Oggi il buco di bilancio è lievitato a ben 2,5 miliardi, in barba agli aiuti e al fantomatico piano di rientro dal debito.

Ebbene, se questi sono i fatti, quale può essere la strategia della Giunta Manfredi per risanare i conti e rilanciare l’azione amministrativa?

Il primo nodo concerne la dichiarazione o meno dello stato di dissesto. Stando alla normativa vigente, ben difficilmente il dissesto potrebbe essere evitato. D’altra parte, per quanto il dissesto porti con sé conseguenze anche negative, come il blocco delle assunzioni di personale qualificato di cui vi è grande necessità, esso permette di tirare una linea tra presente e passato, lasciando a un commissario la gestione del debito pregresso e consentendo di impostare una nuova politica per il futuro. Tuttavia, il Patto per Napoli, siglato nel maggio scorso dalle forze politiche che sostengono Manfredi, fa sperare in un altro percorso possibile. L’obiettivo ambizioso verso cui si dovrebbe provare a sospingere rapidamente il governo Draghi è un intervento legislativo che modifichi il testo unico e la finanza degli enti locali. Una operazione, questa, che non riguarderebbe solo Napoli e che sarebbe nell’interesse del Paese. Occorrerebbe cancellare l’istituto del predissesto, che si è tradotto in uno sperpero di risorse e in un inutile prolungamento delle agonie amministrative locali, e viceversa confermare l’istituto del dissesto, disponendo un rafforzamento del potere di controllo della Corte dei Conti e poteri sostitutivi in capo al MEF. Ancora, occorrerebbe disporre misure di finanziamento straordinario a favore delle nuove amministrazioni dei Comuni in dissesto e insistere sulla strada aperta dal decreto legge 104 del 2020 (modificato dalla legge di bilancio per il 2021) che prende atto del sottofinanziamento strutturale di molti Comuni, in presenza di specifiche condizioni di vulnerabilità sociale e ridotto pil pro capite. Una gestione commissariale del debito pregresso, in presenza di questa nuova normativa, potrebbe attribuire alla nuova Giunta napoletana gli adeguati spazi di azione.

In ogni caso, l’eventuale nuova normativa non deve tradursi in un colpo di spugna ed è essenziale che la Giunta si attrezzi per fare piena chiarezza sulle ragioni della spaventosa bancarotta che abbiamo davanti. Questa è infatti il prodotto di una azione politica dissennata ma anche della inadeguatezza di alcuni nodi dirigenziali, di gravi problemi organizzativi e di controllo della spesa, se non di sacche grigie, che possono essere presenti nel Comune e nelle partecipate. Una operazione verità sui conti è una necessità democratica e, al contempo, uno strumento per fare luce sulle tante falle del sistema gestionale-amministrativo.

Queste considerazioni ci conducono all’ultimo cruciale aspetto. La dichiarazione di dissesto o una più auspicabile riforma della normativa, così come il far luce sul passato, non sono che i presupposti per rimettere in moto la macchina comunale. Lo strumento decisivo resta quello delle riforme, per le quali bisognerebbe prendere avvio dal pacchetto di misure elaborato nel 2011. La macchina comunale va drasticamente riorganizzata, valorizzando i dirigenti capaci, attivando realmente il ciclo della performance, ricorrendo a un programma di assunzioni di tecnici che forniscano linfa vitale a uffici morenti. Occorre intervenire con decisione sul controllo della spesa, facendo rivivere il sistema di monitoraggio a suo tempo varato per l’operato dei dirigenti e il contrasto dei debiti fuori bilancio (oltre 34milioni nel solo 2020). Occorre ridefinire la gestione degli immobili comunali, per il quale la società Napoli Servizi si è confermata inadeguata, ponendo fine allo sfruttamento ultradecennali dello straordinario patrimonio del Comune che, incredibile a dirsi, rappresenta una voce passiva di bilancio. Occorre imporre la legalità in tutto ciò che concerne l’occupazione del suolo pubblico, la gestione delle affissioni, il sistema delle riscossioni, anche riesumando la task force antievasione e il sistema di collaborazioni istituzionali (ad esempio con la guardia di finanza). Inutile dire che sul fronte delle riscossioni il Comune continua a mostrare risultati inaccettabili. Dal consuntivo 2020 emergono percentuali di incasso effettivo del 25% per ciò che riguarda fitti, multe, lotta all’evasione; con il risultato che, solo nel 2020, le mancate riscossioni ammontano a 1,4 miliardi, facendo salire il valore complessivo dei crediti non incassati (residui attivi) allo stratosferico importo di 4,5 miliardi. Inoltre, va attivato un vero controllo analogo sulle società partecipate, nelle quali, al riparo dei riflettori, anche in questi anni c’è da credere che siano continuati sprechi e clientele.

Un lavoro complesso e articolato attende la nuova giunta, che dovrà essere immediatamente operativa, anche per verificare il bilancio di previsione 2021, da poco approvato, che rischia di avere lo stesso valore della carta straccia. Tra l’altro, stando ai calcoli della precedente amministrazione, quel previsionale dovrebbe portare il Comune a riassorbire il buco di bilancio per 381 milioni nell’anno in corso. Una impresa che non verrà certo realizzata, basti solo considerare che l’amministrazione uscente confidava ancora sul fantomatico piano di dismissione degli immobili che dovrebbe assicurare nel 2021 incassi per 55 milioni (contro i soli 7 milioni del 2019). Un bilancio di previsione da rivedere subito, come sembra dirci persino il ragioniere generale quando scrive, nel suo parere obbligatorio, che il bilancio è “particolarmente esposto al rischio di squilibri finanziari a causa delle oggettive difficoltà  di continuare nelle principali misure finalizzate al recupero del disavanzo”.

Insomma, il compito della nuova giunta è titanico. E questo principalmente perché, a ben vedere, il buco di bilancio a Napoli non è solo il prodotto dell’inadeguatezza amministrativa o della malapolitica: dietro ogni singolo spreco e inefficienza si nascondono interessi particolari, grandi e minuti, che tendono pervicacemente a resistere al cambiamento. 


Per un rilancio della previdenza complementare. Intervista a Riccardo Realfonzo

Per un rilancio della previdenza complementare. Intervista a Riccardo Realfonzo

CometaNews, settembre 2021

Il Presidente di Cometa Riccardo Realfonzo illustra obiettivi e sfide del suo mandato. E dettaglia la proposta con cui la previdenza può sostenere lo sviluppo del Paese.

[GUARDA LE INTERVISTE]

Realfonzo (Cometa): "Il Recovery non basta per una ripresa duratura. Bisogna reclutare il risparmio nazionale"

Realfonzo (Cometa): "Il Recovery non basta per una ripresa duratura. Bisogna reclutare il risparmio nazionale"

di Raffaele Ricciardi, La Repubblica, 8 giugno 2021


Riccardo Realfonzo, da pochi giorni è salito alla presidenza di Cometa. Il fondo pensione dei metalmeccanici è il maggiore per patrimonio tra i negoziali italiani: costituito nel 1997, conta oggi oltre 13 miliardi in gestione e circa 440 mila aderenti iscritti. Economista keynesiano, docente all’Università del Sannio, in un intervento sul Financial Times all’alba del governo Draghi aveva parlato del rischio di un parlamento svuotato di responsabilità nel gestire i soldi del Recovery Plan, peraltro a suo avviso insufficienti.

Come giudica questi mesi del governo dell'ex presidente Bce?  

Nella definizione del Pnrr sono stati compiuti importanti passi avanti. Sia nel determinare gli obiettivi che in alcune scelte fondamentali relative agli investimenti, in particolare con la riduzione della quota destinata ai progetti già in essere. Restano perplessità sulle risorse destinate al Mezzogiorno, una insufficiente programmazione di politica industriale e dubbi sulla capacità di fuoco.  

Vuol dire che i 248 miliardi che fanno dell’Italia il maggior beneficiario del programma Ue, al quale il governo ha contribuito col fondo nazionale da 30 miliardi, non basteranno?  

Per quanto apprezzi gli sforzi fatti, a dire il vero già dal governo precedente, per soccorrere imprese e cittadini travolti dalla crisi, resta un tonfo del Pil 2020 da 160 miliardi. Le risorse Ue sono tardive. E non bisogna dimenticare che per due terzi i finanziamenti europei sono prestiti, che – per quanto a condizioni vantaggiose – vanno restituiti e dunque incrementano il debito pubblico. E poi l’Italia dovrà contribuire per la sua quota anche alla parte di sovvenzioni, con oltre 40 miliardi a fronte dei 78 che riceve. Il Recovery è rilevante politicamente perché per la prima volta lancia strumenti di condivisione del rischio, ma a conti fatti non è sufficiente: come mostrato con alcuni colleghi in un recente studio, nemmeno nel 2025 il Pil tornerà al livello del 2019, a sua volta inferiore a quello del 2007, prima della crisi finanziaria.  

Eppure negli ultimi giorni si sono moltiplicate le previsioni di una accelerazione della ripresa… 

Si tratta di un rimbalzo molto forte perché misurato rispetto a un anno di crisi senza precedenti. Il 2021 e anche il 2022 dovrebbero essere anni di importante ripresa. Da qui a recuperare il 9% perso l’anno scorso, ce ne passa. D'altronde veniamo da un periodo di sotto-investimento pubblico rispetto ai Paesi a noi vicini: tra il 2007 e il 2019 sono venuti a mancare 120 miliardi di investimenti sulla media europea. Significa meno soldi in sanità, infrastrutture, scuola, università: la conseguenza delle politiche di austerità che oggi tutti sembrano aver disconosciuto. Recuperare da una stagnazione durata per oltre dieci anni è complicato: se nel breve periodo avremo un forte rimbalzo, il problema sarà confermarlo nel medio periodo, assicurando le condizioni di sostenibilità del debito pubblico. Il tutto poi si complicherebbe enormemente se davvero si facesse la follia di reintrodurre nel 2023 le regole di finanza pubblica oggi sospese. Ed è per questo che credo che la previdenza complementare debba esser coinvolta per dare una spinta ulteriore, sostenibile e duratura all’economia reale.  

Veniamo allora al suo ruolo in Cometa. In una recente intervista ha lanciato una proposta per convogliare il risparmio previdenziale verso le imprese italiane. In cosa consiste? 

Partiamo dai numeri del presente. I dati Covip dicono che a fine 2020 la previdenza complementare ha raccolto 196 miliardi di euro, 60 dei quali gestiti dai fondi negoziali. Negli altri Paesi avanzati, in media, questo settore investe il 13-14% del raccolto in economia reale: se fossimo a questi livelli, significherebbe 30 miliardi all’anno. Invece arriviamo solo a 4 miliardi. Non abbiamo la capacità di mantenere in Italia il risparmio previdenziale, perché gli strumenti per questa tipologia di investimenti – private equity e private debt – sono poco sviluppati. E gli investitori, nell’interesse degli aderenti, puntano sui prodotti esteri. 

Cosa propone, allora?  

Bisogna creare uno strumento diretto per gli investimenti nell’economia reale italiana. La soluzione tecnica preferibile vedrebbe il coinvolgimento della Cdp che - attraverso un fondo di fondi - potrebbe raccogliere il risparmio previdenziale, garantendo ai consigli di amministrazione un rendimento almeno pari a quello del Tfr, che è il nostro benchmark. Gli stessi fondi pensione insieme alla Cassa, dovrebbero partecipare alla governance.  

Una garanzia di rendimento non sarebbe un privilegio per chi può aderire ai fondi negoziali? E i lavoratori esclusi? E i costi per lo Stato?  

Certo il consiglio di un fondo pensione non può scaricare sulle spalle degli aderenti il principio patriottico dell'investire in Italia. Non si può giocare con le risorse dei lavoratori. Quindi, in assenza di una garanzia i risparmi in massima parte vanno fuori. Quanto all’esclusione di alcuni, credo che l’intero mondo della previdenza complementare debba poter accedere a un simile strumento. E sui costi sarebbe un falso problema: i fondi riescono quasi sistematicamente a battere il Tfr e, per quel che vediamo negli altri Paesi, gli investimenti diretti rendono mediamente di più nel lungo andare. Se si garantisse qualità allo strumento messo in campo, con il coinvolgimento di professionalità tecniche di grande profilo, potrebbero non essere necessarie integrazioni.  

La previdenza dopo quota 100. Repubblica ha dato conto del rischio di impoverimento dei lavoratori, tra scalone e soluzioni alternative. Cosa ne pensa? 

Temo che il superamento di quota 100 si traduca in una penalizzazione dei lavoratori. Giovani e donne, le parti deboli, sono candidati ad avere pensioni da fame. L’attuale disegno del sistema pensionistico e della previdenza complementare esclude gli intermittenti, chi versa pochissimi contributi perché per molti anni è alle prese con un precariato devastante. Una riforma deve guardare principalmente a loro. Ma non deve essere solo una ridistribuzione tra generazioni di risorse interne, che già appartengono al mondo previdenziale. Bisogna apportare fondi nuovi, che devono venire da una tassazione non più sbilanciata sul lavoro e dal recupero dell’evasione. Ho apprezzato la tesi del segretario del Pd Letta sulla tassazione delle successioni rilevanti. Capisco la risposta del premier Draghi e che non sia il momento di gravare sui cittadini, ma questi aspetti bisogna metterli in cantiere.  

Il governo ha definito la partita del blocco dei licenziamenti nel Sostegni bis, il sindacato chiede di riaprire il tavolo e alcune parti politiche lo appoggiano. E’ una soluzione che la soddisfa o si poteva fare diversamente? 

Si deve fare diversamente. La fragilità della ripresa è ancora evidente: sarebbe stato più opportuno attendere ancora qualche mese per avere una dinamica economica più robusta e quindi scongiurare una parte rilevante dei licenziamenti. Maggiore cautela per i lavoratori e sostegno alle imprese, fino alla fine dell’anno. Rispetto alle posizioni di Confindustria, però, concordo sul fatto che si sarebbe dovuto impiegare questo tempo per parlare soprattutto di riforma degli ammortizzatori sociali e formazione dei lavoratori.  



Realfonzo sul rischio di uno sblocco prematuro dei licenziamenti

 Realfonzo sul rischio di uno sblocco prematuro dei licenziamenti

RaiNews 24, 29 maggio 2021

https://youtu.be/CiP1NWJFPX8



Come spingere i fondi pensione a investire in Italia? La proposta del neopresidente di Cometa Realfonzo

Come spingere i fondi pensione a investire in Italia? La proposta del neopresidente di Cometa Realfonzo

Strumenti per investire

di Vitaliano D'angelo

Il Sole 24 Ore, 29 maggio 2021

Realfonzo, nuovo Presidente del fondo Cometa: "Il Recovery non basta. Il Governo ci convinca a investire sull'Italia"

Realfonzo, nuovo Presidente del fondo Cometa: "Il Recovery non basta. Il Governo ci convinca a investire sull'Italia"

Intervista a Riccardo Realfonzo

di Valerio d'Argerio, Il Sole 24 Ore

27 maggio 2021







Riccardo Realfonzo è il nuovo Presidente del fondo Cometa, il principale fondo pensione in Italia

 Riccardo Realfonzo è il nuovo Presidente del fondo Cometa, il principale fondo pensione in Italia

Fanpage, 26 maggio 2021


[Leggi l'articolo]

Realfonzo: "Sul dissesto la politica è in ritardo. Ora servono le riforme"

IL RITARDO DELLA POLITICA E LE RIFORME CHE NESSUNO HA AVUTO IL CORAGGIO DI LASCIARMI FARE

Napoli, intervista a Riccardo Realfonzo
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 20 maggio 2021



“Il dissesto del Comune di Napoli si poteva evitare nel 2011 riducendo i debiti fuori bilancio, contrastando l’evasione e abbattendo gli sprechi, ma il sindaco non volle attuare quelle misure. Come se ne esce? Con risorse adeguate, ma soprattutto con le riforme che nessuno ha mai avuto il coraggio di approvare”: la pensa così Riccardo Realfonzo, economista ed ex assessore comunale al bilancio, il primo a segnalare le drammatiche condizioni delle casse di Palazzo San Giacomo.
Ora che Manfredi ha denunciato la disastrosa situazione delle finanze napoletane, tutti si scandalizzano. Ma la politica, in questi anni, dov'era?
"Direi che chi si scandalizza o ha vissuto sulla Luna o fa teatro. A Napoli anche i bambini sanno che il Comune è da anni in bancarotta. Personalmente sin dal 2013 ho spiegato che il Comune era di fatto in dissesto e da allora le cose sono costantemente peggiorate. Una parte della politica, anche di centrosinistra, ha più volte strizzato l’occhio al sindaco e ora, fuori tempo massimo, si finge sorpresa. Ci vorrebbe un sussulto di dignità".
Il dissesto si sarebbe potuto evitare? Se sì, quando e con quali interventi?
"Il dissesto si poteva evitare quando la prima giunta de Magistris si insediò, nel 2011. Era molto chiaro come fare ed io, in qualità di assessore al bilancio e alle partecipate, elaborai un articolato pacchetto di proposte specifiche. Riorganizzazione della macchina comunale e delle società partecipate, lotta ai debiti fuori bilancio, contrasto vero alle diverse forme di evasione, rafforzamento dei meccanismi di riscossione, valorizzazione del patrimonio immobiliare, utilizzo adeguato dei fondi europei. In poche parole, riforme radicali all’insegna della legalità e della buona amministrazione".
Che cosa ha impedito il risanamento dei conti da più di dieci anni a questa parte?
"Le proposte che avevo avanzato furono ritenute impopolari o in contrasto con la linea politica del sindaco, e pertanto bloccate. E ciò benché quelle proposte fossero parte sostanziale del programma economico elettorale che proprio io avevo redatto. E qui, non senza un sospiro di sollievo, a metà 2012, finì la mia avventura al Comune. Quelle riforme non sono state realizzate nemmeno successivamente e il piano di riequilibrio che l’amministrazione presentò alla Corte dei Conti, e che ha permesso di accedere a nuove risorse, ha fatto acqua da tutte le parti, come d’altronde era stato facile prevedere. Poi sono intervenute una serie di norme demagogiche che hanno permesso di perpetuare lo stato comatoso del Comune e oggi ci ritroviamo con un buco di bilancio da almeno tre miliardi".
La vicenda mette in discussione anche il controllo operato dalla Corte dei conti?
"Credo che la Corte dei Conti della Campania abbia sempre operato con grande professionalità. E nel 2013, al termine di una disamina impietosa del Piano di Riequilibrio redatto dal Comune, chiese opportunamente il dissesto. Viceversa, non ho mai compreso le motivazioni con le quali le Sezioni Riunite romane della Corte abbiano accolto il ricorso del Comune. Quanto è successo in questi ultimi anni, con il buco di bilancio quadruplicato, dimostra che aveva ampiamente ragione la Corte campana".
Ora, dopo la sentenza con cui la Consulta ha chiarito che il deficit extra non può essere spalmato su 30 anni, si invoca una norma salva-Comuni: è d'accordo? Come dovrebbe essere strutturata e che cosa dovrebbe prevedere?
"Intanto vorrei chiarire che il dibattito cittadino ha un ché di surreale. La legge in vigore dice che il dissesto va dichiarato obbligatoriamente quando ve ne sono le circostanze, non si tratta di una cosa che si può scegliere di fare o no. Ciò detto, è necessaria una norma che permetta alla capitale del Mezzogiorno di tirare una linea e ripartire. Ma attenzione, ciò non deve sostanziarsi in un colpo di spugna. Bisogna fare piena luce su ciò che è avvenuto in questi anni, perché solo così si può evitare di ripetere gli stessi errori e gettare al vento soldi pubblici. Napoli ha bisogno di risorse, ma più ancora ha bisogno di buona amministrazione, riforme e una gigantesca iniezione di legalità".
Si parla della dismissione di beni comunali come l'ippodromo di Agnano e il palazzo di Via Verdi: servirà?
"Sono contrario alla svendita degli assets pubblici. Direi che i napoletani hanno già pagato un prezzo troppo elevato alla malapolitica".
Cosa bisogna fare per rimuovere i problemi strutturali del bilancio di Napoli (incapacità di riscuotere i tributi, incapacità di vendere i beni pubblici ecc.).
"Ripartire da dove mi hanno bloccato. Da quelle riforme finalizzate a riorganizzare il personale, a realizzare una azione seria di contrasto alla evasione e alla occupazione abusiva del suolo pubblico, a combattere sacche di sprechi e privilegi. E poi occorre inserire manager qualificati nelle società partecipate, organizzare una gestione razionale dell’immenso patrimonio comunale e partecipare con cognizione di causa all’utilizzo dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In assenza di tutto ciò Napoli non potrà rimettersi in

Il Recovery Plan e la ripresa italiana. Dibattito con Riccardo Realfonzo e Marco Veronese Passarella

Il Recovery Plan e la ripresa italiana

Dibattito con Riccardo Realfonzo e Marco Passarella

Organizzato da Kritica Economica, 15 aprile 2021




Patrimoniale e tassa globale sulle multinazionali. Intervista a Riccardo Realfonzo

Patrimoniale e tassa globale sulle multinazionali. "Ma per combattere le disuguaglianze servono riforme più profonde"

Economisti a confronto: intervista a Riccardo Realfonzo

di Raffaele Ricciardi

La Repubblica, 9 aprile 2021



MILANO - La necessità di combattere le crescenti diseguaglianze, eredità della pandemia, anche imponendo una patrimoniale per finanziare le misure per la ripresa; e una maggiore equità fiscale attraverso la costituzione di una tassa minima globale da imporre alle multinazionali. Sono i temi forti emersi nelle giornate primaverili del Fondo monetario internazionale, che si sono intrecciate con l'appuntamento a presidenza italiana del G20 finanziario. Ecco le opinioni di Riccardo Realfonzo, ordinario di economia politica nell'Università del Sannio e direttore della rivista economiaepolitica.it.

Il Fondo monetario ha rilanciato la proposta di tassare redditi alti e grandi patrimoni per finanziare la ripresa dalla crisi del Covid. E' una buona idea?

La pandemia ha accentuato il perverso processo redistributivo già in atto da tempo negli USA, in Europa e anche in Italia. Mi riferisco alla progressiva riduzione della quota del pil che va a remunerare i redditi da lavoro e allo speculare aumento della quota che va ai redditi da capitale. La crescita esponenziale dei patrimoni dei super ricchi è solo la punta dell'iceberg. Per le economie trainate dai salari, come l'Italia, questo processo redistributivo non solo è eticamente inaccettabile, ma determina anche una riduzione del tasso di crescita e degli spazi occupazionali. Per queste ragioni è necessario redistribuire il carico fiscale dai redditi da lavoro ai redditi da capitale, e tassare i patrimoni.

Durante una crisi senza precedenti in tempi di pace, dopo un primo scossone i listini azionari globali sono volati a nuovi massimi. Forbes non ha mai aggiunto così tanti nuovi miliardari alla sua lista di Paperoni. Eppure, dice ancora il Fmi, ci sono 95 milioni di persone in estrema povertà in più rispetto alle previsioni ante-pandemia e le divergenze della ripresa (dentro e tra Paesi) sono la prima preoccupazione. Come evitare questa forbice?

Gli squilibri distributivi sono connessi tra loro. Alla crescita dei patrimoni dei super ricchi fa da contraltare l'esplosione della povertà. Alla veloce ripresa di alcuni Paesi fa da contraltare la stagnazione di altri, con conseguente aumento della divergenza territoriale, anche su scena europea. Non è una novità che i meccanismi di mercato e la globalizzazione tendono ad accentrare la ricchezza in poche mani e lo sviluppo in pochi territori. Sono meccanismi che vanno contrastati con politiche fiscali più incisive e coordinate rispetto a quelle cui siamo abituati, e ponendo uno stop alla libera circolazione dei capitali su scena internazionale. Occorrerebbe cominciare con il tassare i movimenti speculativi di capitale di brevissimo periodo e utilizzare le risorse raccolte per ampliare il perimetro dello stato sociale.

L'amministrazione Usa spinge ora forte per una tassa minima globale sulle multinazionali. L'Italia guida il G20 e punta a un primo accordo internazionale per l'estate. Crede sia la volta buona?

Mi auguro proprio di sì. I vecchi teorici del laissez-faire ritenevano che la concorrenza perfetta fosse l'esito del mercato. Viceversa, sappiamo da molto tempo che le economie di scala e di concentrazione portano alla creazione di grandi imperi economico-finanziari. Le multinazionali, i grandi oligopolisti che si spartiscono il mercato mondiale in settori come le grandi produzioni meccaniche, l'ICT, la farmaceutica, la chimica macinano profitti astronomici. Stanno diventando più potenti degli Stati e si profila un mondo a scarsissima democrazia economica. Speriamo che finalmente venga uno stop a livello internazionale. Se non ora, quando?

La Corte dei Conti ha calcolato che, ogni anno, di 160/170 miliardi di crediti dello Stato considerati a bilancio come di riscossione certa, ne vengono effettivamente riscossi 7/8 miliardi. I condoni delle cartelle sono una soluzione equa?

Non vedo come si possa ritenere che si tratti di misure eque. È ovvio che non lo siano ed è altrettanto ovvio che questi espedienti per fare facilmente cassa destano grande malessere nei cittadini abituati ad onorare sempre il loro debito con lo Stato. Li allontano dalla politica e dallo Stato. Bisognerebbe chiudere per sempre con i condoni e piuttosto rafforzare i potere di controllo e riscossione dello Stato, anche sul piano locale.

L'efficacia del Next Generation EU per la ripresa dell'economia italiana

L'efficacia del Next Generation EU per la ripresa dell'economia italiana

di Rosa Canelli, Giuseppe Fontana, Riccardo Realfonzo e Marco Veronese Passarella

www.economiaepolitica.it, 17 marzo 2021



Il nuovo modello stock-flussi di Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella dimostra che il Recovery Plan europeo è insufficiente per rilanciare l'economia itaiana. Con le risorse in campo, il pil italiano non tornerà ai livelli del 2019 nemmeno entro il 2025. E il debito pubblico rischia di diventare insostenibile nel lungo andare. Eppure, lo studio dimostra che una politica europea più espansiva, finanziata dalla BCE, potrebbe riportare rapidamente il Paese su un sentiero di sviluppo soddisfacente. Il lavoro si fonda sul modello pubblicato dalla "Review of Political Economy" a firma di Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella.


Are EU Policies Effective to Tackle the Covid-19 Crisis? The Case of Italy

Are EU Policies Effective to Tackle the Covid-19 Crisis? The Case of Italy
by Rosa Canelli, Giuseppe Fontana, Riccardo Realfonzo and Marco Veronese Passarella
Review of Political Economy, March 2021



Comunicato stampa:

AG EEP 10 MARZO 2021 – SULLA “REVIEW OF POLITICAL ECONOMY” UN SAGGIO CHE MOSTRA GLI EFFETTI DEL RECOVERY PLAN EUROPEO  SULL’ECONOMIA ITALIANA. RISORSE INSUFFICIENTI PER RILANCIARE IL PAESE E STABILIZZARE IL DEBITO PUBBLICO.

Mentre il Governo Draghi è al lavoro per riscrivere il Piano di Ripresa e Resilienza, l’autorevole rivista scientifica internazionale  “Review of Political Economy” pubblica anche on line un saggio a firma di Rosa Canelli, Giuseppe Fontana, Riccardo Realfonzo e Marco Veronese Passarella (delle Università del Sannio e di Leeds) secondo cui le risorse previste dal Next Generation EU per l’Italia sono insufficienti per rilanciare il Paese.

Gli autori fondano la loro analisi su un modello “stock e flussi” che, ricostruito l’andamento dell’economia italiana dal 1995 al 2019, sviluppa proiezioni sino al 2025. Si tratta di una articolata metodologia che negli ultimi anni si è affermata nella letteratura internazionale e che rappresenta l’alternativa ai tradizionali modelli previsionali DSGE, utilizzati anche dal Tesoro e dalla Banca d’Italia, che hanno prestato il fianco a molte critiche. L’analisi degli autori per il 2020 è in linea con i più recenti dati presentati dall’Istat e dal Governo; ma le previsioni sugli anni avvenire, tenendo conto dell’impatto delle risorse europee ed anche dell’azione della Banca Centrale Europea, non sono rosee. L’apparato di tabelle e grafici che correda il lavoro mostra infatti che con le politiche europee attuali l’economia italiana, pur sperimentando un modesto rimbalzo nel 2021 e 2022, non riuscirà a recuperare il livello del pil del 2019 nemmeno entro il 2025. Inoltre, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, dopo l’incremento di quasi 25 punti registrato nel 2020, proseguirà la sua crescita lungo un sentiero che rischia di rivelarsi non sostenibile nel lungo periodo.

Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella esaminano anche scenari alternativi, chiarendo che un ritorno alle politiche di austerità del non lontano passato peggiorerebbe ulteriormente le condizioni dell’economia italiana. Essi mostrano anche che l’Unione Europea avrebbe gli strumenti per spingere l’economia italiana lungo un sentiero di crescita più significativo e sostenibile nel lungo periodo. Si tratterebbe però di ridefinire l’intensità e le modalità dell’intervento europeo, aumentando le risorse e prevedendo una modalità di finanziamento che non accresca il debito pubblico del Paese, attraverso l’intervento diretto della Banca Centrale Europea. Dal canto suo, il Governo italiano dovrebbe sforzarsi di spendere tutte le risorse per finanziare nuovi progetti. Gli autori esaminano la praticabilità macroeconomica di queste politiche alternative, mostrando anche l’assenza di un impatto sull’inflazione e le ricadute che esse avrebbero anche in termini di riduzione del rapporto tra debito pubblico e pil.

È possibile scaricare il saggio dal titolo “Are EU Policies Effective to Tackle the Covid-19 Crisis? The Case of Italy” al seguente link: https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/09538259.2021.1876477


DRAGHI’S POLICY WILL BE SCHUMPETERIAN LAISSEZ-FAIRE RATHER THAN KEYNESIAN EXPANSION

DRAGHI’S POLICY WILL BE SCHUMPETERIAN LAISSEZ-FAIRE RATHER THAN KEYNESIAN EXPANSION

by Emiliano Brancaccio and Riccardo Realfonzo
Financial Times, 12 February 2021


Mario Draghi’s new adventure as leader of the Italian government has been charachterised as finding the best "technocrat" to optimally manage the “enormous” amount of money that will arise from the European recovery plan. In this happy Techno-Keynesian narrative, however, something may not work. In Italy, the advent of "technocrats" has always coincided with an opposite trend: the need to weaken parliamentary forces so as to increase government's autonomy in managing the few resources available in economic downturns. This was the case in both the 1992 currency crisis with the Amato-Ciampi governments and the 2011 eurozone crisis during Mario Monti's premiership. Will Draghi’s be any different? We have some doubts. If we examine the €209bn that the EU recovery fund will allocate to Italy for the next six years, €127bn is made up of loans that only create savings on the spread between national and European interest rates. Even with pessimistic forecasts on Italian rates, this amounts to no more than €4 bn per year. As for the remaining €82bn in grants, the net amount will depend on Italy's contributions to the EU budget. With an agreement on relevant pan-European taxes looking unlikely, member states will have to contribute as usual in relation with their GDP. Under this formula Italy should pay no less than 40 bn. The net grant is therefore just 42 bn or 7 bn a year. Furthermore, if we consider that in the next round Italy will be a net contributor of the remainder of EU budget for about 20 bn, the total net transfer declines to less than 4 bn a year. Ultimately, Italy will then receive much less than 10 billions a year from Europe for the next six years: a very modest sum when compared to a crisis that destroyed over 160 bn of GDP last year alone, much more than past recessions. It is no coincidence that in his recent report for the G30, Draghi exhorted governments to support a free-market "creative destruction". This is not Keynes but a laissez-faire version of Schumpeter. If the EU funding of the recovery is not more generous, Draghi's time as premier may turn out little different from the austerity of the "technocrats" that preceded him.


Il Recovery Fund italiano e il Mezzogiorno. "Il Riformista" ne parla con Riccardo Realfonzo

 Il Recovery Fund italiano e il Mezzogiorno. "Il Riformista" ne parla con Riccardo Realfonzo

di Francesca Sabella

Il Riformista, 11 febbraio 2021




«Vi spiego perché è giusto cancellare i debiti con la Bce». Intervista a Riccardo Realfonzo

 «Vi spiego perché è giusto cancellare i debiti con la Bce». Intervista a Riccardo Realfonzo

di Simona Ciaramitaro

Collettiva, 10 febbraio 2021

La proposta di CANCELLAZIONE dei titoli di debito degli Stati europei posseduti dalla Banca Centrale Europea ha riscosso grandi consensi. D'altronde la BCE è la nostra banca e quello che noi proponiamo è un po' come cancellare il debito della mano destra verso la mano sinistra. Si badi bene, la cancellazione del debito non risolverebbe tutti i problemi, ma aiuterebbe soprattutto i Paesi più in difficoltà, come l'Italia, a sostenere la finanza pubblica e a liberare spazi per politiche finalizzate alla ricostruzione ambientale e sociale.

[LEGGI L'INTERVISTA]

Annullare il debito pubblico detenuto dalla BCE per riprendere in mano il nostro destino

 Annullare il debito pubblico detenuto dalla BCE per riprendere in mano il nostro destino

Appello di 150 economisti europei pubblicato da Le Monde, El Pais, The Irish Time, Avvenire

Tra i proponenti italiani, Riccardo Realfonzo

5 febbraio 2021

[LEGGI L'APPELLO]


Piano per il Sud, Fondi di coesione, finanziamenti europei e Next Generation EU

 Piano per il Sud, fondi di coesione, finanziamenti europei e Next Generation EU

Un dibattito organizzato dal PD, con Riccardo Realfonzo






Il rischio di un Piano a scartamento ridotto

 Il rischio di un Piano a scartamento ridotto

di Riccardo Realfonzo

Il Sole 24 Ore, 12 gennaio 2021



Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che illustra in che modo l’Italia utilizzerà le risorse del Next Generation EU per rilanciare l’economia, è oggetto di un confronto politico aspro. Si tratta di un documento decisivo per il futuro del Paese e per questo è opportuno sottolineare una grave insufficienza delle stesure che fin qui hanno circolato, con l’auspicio che le fasi successive della discussione, inclusi il dibattito parlamentare e il confronto con le parti sociali, possano ancora migliorare il Piano.

È ben noto che la stesura del Piano circolata a inizio dicembre è stata rivista sotto numerosi aspetti e, in attesa della approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, i numeri sono molto ballerini. La debolezza principale delle versioni che sin qui hanno circolato concerne la scelta del governo, già anticipata nella Nota di Aggiornamento approvata a ottobre, di dedicare una quota rilevante delle risorse europee alla sostituzione di risorse ordinarie per finanziare interventi già programmati. Il punto specifico cui mi riferisco concerne l’utilizzo delle risorse al cuore del Next Generation EU, il Dispositivo Europeo di Ripresa e Resilienza, che stanzia 193 miliardi per l’Italia, di cui 127,6 in prestiti e 65,4 in sovvenzioni. Nella stesura di dicembre del Piano si ipotizzava di utilizzare tutte le sovvenzioni e solo una frazione dei prestiti per nuovi investimenti pubblici e per incentivi di varia natura, destinando la gran parte dei prestiti a sostituire risorse  ordinarie per interventi già programmati. L’ultima versione del Piano è certamente migliore. Sono stati inseriti nel ragionamento anche i fondi strutturali e di coesione, si è riflettuto su possibili meccanismi a leva per gli investimenti, si è anche ridefinito il peso relativo di investimenti e incentivi a favore dei primi. Soprattutto, si è aumentata la quota dei prestiti europei destinati a finanziare nuovi investimenti, e conseguentemente è stata ridotta la quota sostitutiva. Ora, rispetto al totale dei 127,6 miliardi di prestiti, una metà (64,5 miliardi) sarebbe dedicata al finanziamento di nuovi progetti e l’altra metà (63,1 miliardi) andrebbe a sostituire le risorse ordinarie. Così facendo, nonostante il passo avanti rispetto alla versione precedente del Piano, un terzo delle risorse complessive continuerebbe ad avere una natura puramente sostitutiva, fermandosi nelle casse dello Stato.

La decisione di utilizzare a scartamento ridotto i fondi del Next Generation EU, prevedendo una quota rilevante di risorse sostitutive, viene considerata necessaria dal governo “per assicurare la coerenza con gli obiettivi di sostenibilità finanziaria di medio-lungo periodo indicati dalla NADEF”. Qui vi è un grave errore di valutazione macroeconomica, tante volte reiterato nei documenti di politica economica del Paese, e nei modelli di previsione utilizzati dal ministero dell’economia, a dispetto dell’esperienza accumulata. L’idea che giustifica la presenza di un’ampia riserva di fondi sostitutivi risiede nella convinzione che ciò favorisca la sostenibilità del debito pubblico. In questo modo, si ritiene, si limiterebbe il deficit annuale – perché le risorse europee sostituiscono quelle nazionali – e si risparmierebbe anche sugli interessi, perché quegli investimenti programmati verrebbero finanziati con un debito che costa meno rispetto alla collocazione diretta di titoli italiani sul mercato. Tuttavia, come una vasta letteratura internazionale ha ormai documentato, sulla scorta dell’esperienza storica, anche italiana, gli investimenti pubblici hanno un moltiplicatore ben maggiore di uno: ciò significa che essi generano un aumento del pil significativamente più grande della spesa necessaria a realizzarli. In altre parole, i nuovi investimenti pubblici determinano una crescita del pil maggiore della crescita del debito, determinando una contrazione del rapporto tra debito e pil. È per questo che per rimettere in moto il Paese e riportare sotto controllo il debito non si deve mai lesinare sugli investimenti. A ben vedere, le risorse europee non sono affatto abbondanti - come molti credono - e occorrerebbe destinarle tutte nella direzione di nuovi investimenti (al netto di una quota indispensabile di ristori e incentivi). Il Piano italiano dovrebbe spingersi nell’utilizzo integrale dei fondi se vogliamo credibilmente puntare a recuperare il terreno perso con la pandemia, e prima ancora con la stagnazione che ha seguito la crisi finanziaria del 2008. Insomma, spendere tutto e spendere bene, con coraggio, è la sola chance che il Paese ha per rimettersi in moto e tenere sotto controllo la temibile dinamica del debito pubblico.