DRAGHI’S POLICY WILL BE SCHUMPETERIAN LAISSEZ-FAIRE RATHER THAN KEYNESIAN EXPANSION

DRAGHI’S POLICY WILL BE SCHUMPETERIAN LAISSEZ-FAIRE RATHER THAN KEYNESIAN EXPANSION

by Emiliano Brancaccio and Riccardo Realfonzo
Financial Times, 12 February 2021


Mario Draghi’s new adventure as leader of the Italian government has been charachterised as finding the best "technocrat" to optimally manage the “enormous” amount of money that will arise from the European recovery plan. In this happy Techno-Keynesian narrative, however, something may not work. In Italy, the advent of "technocrats" has always coincided with an opposite trend: the need to weaken parliamentary forces so as to increase government's autonomy in managing the few resources available in economic downturns. This was the case in both the 1992 currency crisis with the Amato-Ciampi governments and the 2011 eurozone crisis during Mario Monti's premiership. Will Draghi’s be any different? We have some doubts. If we examine the €209bn that the EU recovery fund will allocate to Italy for the next six years, €127bn is made up of loans that only create savings on the spread between national and European interest rates. Even with pessimistic forecasts on Italian rates, this amounts to no more than €4 bn per year. As for the remaining €82bn in grants, the net amount will depend on Italy's contributions to the EU budget. With an agreement on relevant pan-European taxes looking unlikely, member states will have to contribute as usual in relation with their GDP. Under this formula Italy should pay no less than 40 bn. The net grant is therefore just 42 bn or 7 bn a year. Furthermore, if we consider that in the next round Italy will be a net contributor of the remainder of EU budget for about 20 bn, the total net transfer declines to less than 4 bn a year. Ultimately, Italy will then receive much less than 10 billions a year from Europe for the next six years: a very modest sum when compared to a crisis that destroyed over 160 bn of GDP last year alone, much more than past recessions. It is no coincidence that in his recent report for the G30, Draghi exhorted governments to support a free-market "creative destruction". This is not Keynes but a laissez-faire version of Schumpeter. If the EU funding of the recovery is not more generous, Draghi's time as premier may turn out little different from the austerity of the "technocrats" that preceded him.


Il Recovery Fund italiano e il Mezzogiorno. "Il Riformista" ne parla con Riccardo Realfonzo

 Il Recovery Fund italiano e il Mezzogiorno. "Il Riformista" ne parla con Riccardo Realfonzo

di Francesca Sabella

Il Riformista, 11 febbraio 2021




«Vi spiego perché è giusto cancellare i debiti con la Bce». Intervista a Riccardo Realfonzo

 «Vi spiego perché è giusto cancellare i debiti con la Bce». Intervista a Riccardo Realfonzo

di Simona Ciaramitaro

Collettiva, 10 febbraio 2021

La proposta di CANCELLAZIONE dei titoli di debito degli Stati europei posseduti dalla Banca Centrale Europea ha riscosso grandi consensi. D'altronde la BCE è la nostra banca e quello che noi proponiamo è un po' come cancellare il debito della mano destra verso la mano sinistra. Si badi bene, la cancellazione del debito non risolverebbe tutti i problemi, ma aiuterebbe soprattutto i Paesi più in difficoltà, come l'Italia, a sostenere la finanza pubblica e a liberare spazi per politiche finalizzate alla ricostruzione ambientale e sociale.

[LEGGI L'INTERVISTA]

Annullare il debito pubblico detenuto dalla BCE per riprendere in mano il nostro destino

 Annullare il debito pubblico detenuto dalla BCE per riprendere in mano il nostro destino

Appello di 150 economisti europei pubblicato da Le Monde, El Pais, The Irish Time, Avvenire

Tra i proponenti italiani, Riccardo Realfonzo

5 febbraio 2021

[LEGGI L'APPELLO]


Piano per il Sud, Fondi di coesione, finanziamenti europei e Next Generation EU

 Piano per il Sud, fondi di coesione, finanziamenti europei e Next Generation EU

Un dibattito organizzato dal PD, con Riccardo Realfonzo






Il rischio di un Piano a scartamento ridotto

 Il rischio di un Piano a scartamento ridotto

di Riccardo Realfonzo

Il Sole 24 Ore, 12 gennaio 2021



Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che illustra in che modo l’Italia utilizzerà le risorse del Next Generation EU per rilanciare l’economia, è oggetto di un confronto politico aspro. Si tratta di un documento decisivo per il futuro del Paese e per questo è opportuno sottolineare una grave insufficienza delle stesure che fin qui hanno circolato, con l’auspicio che le fasi successive della discussione, inclusi il dibattito parlamentare e il confronto con le parti sociali, possano ancora migliorare il Piano.

È ben noto che la stesura del Piano circolata a inizio dicembre è stata rivista sotto numerosi aspetti e, in attesa della approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, i numeri sono molto ballerini. La debolezza principale delle versioni che sin qui hanno circolato concerne la scelta del governo, già anticipata nella Nota di Aggiornamento approvata a ottobre, di dedicare una quota rilevante delle risorse europee alla sostituzione di risorse ordinarie per finanziare interventi già programmati. Il punto specifico cui mi riferisco concerne l’utilizzo delle risorse al cuore del Next Generation EU, il Dispositivo Europeo di Ripresa e Resilienza, che stanzia 193 miliardi per l’Italia, di cui 127,6 in prestiti e 65,4 in sovvenzioni. Nella stesura di dicembre del Piano si ipotizzava di utilizzare tutte le sovvenzioni e solo una frazione dei prestiti per nuovi investimenti pubblici e per incentivi di varia natura, destinando la gran parte dei prestiti a sostituire risorse  ordinarie per interventi già programmati. L’ultima versione del Piano è certamente migliore. Sono stati inseriti nel ragionamento anche i fondi strutturali e di coesione, si è riflettuto su possibili meccanismi a leva per gli investimenti, si è anche ridefinito il peso relativo di investimenti e incentivi a favore dei primi. Soprattutto, si è aumentata la quota dei prestiti europei destinati a finanziare nuovi investimenti, e conseguentemente è stata ridotta la quota sostitutiva. Ora, rispetto al totale dei 127,6 miliardi di prestiti, una metà (64,5 miliardi) sarebbe dedicata al finanziamento di nuovi progetti e l’altra metà (63,1 miliardi) andrebbe a sostituire le risorse ordinarie. Così facendo, nonostante il passo avanti rispetto alla versione precedente del Piano, un terzo delle risorse complessive continuerebbe ad avere una natura puramente sostitutiva, fermandosi nelle casse dello Stato.

La decisione di utilizzare a scartamento ridotto i fondi del Next Generation EU, prevedendo una quota rilevante di risorse sostitutive, viene considerata necessaria dal governo “per assicurare la coerenza con gli obiettivi di sostenibilità finanziaria di medio-lungo periodo indicati dalla NADEF”. Qui vi è un grave errore di valutazione macroeconomica, tante volte reiterato nei documenti di politica economica del Paese, e nei modelli di previsione utilizzati dal ministero dell’economia, a dispetto dell’esperienza accumulata. L’idea che giustifica la presenza di un’ampia riserva di fondi sostitutivi risiede nella convinzione che ciò favorisca la sostenibilità del debito pubblico. In questo modo, si ritiene, si limiterebbe il deficit annuale – perché le risorse europee sostituiscono quelle nazionali – e si risparmierebbe anche sugli interessi, perché quegli investimenti programmati verrebbero finanziati con un debito che costa meno rispetto alla collocazione diretta di titoli italiani sul mercato. Tuttavia, come una vasta letteratura internazionale ha ormai documentato, sulla scorta dell’esperienza storica, anche italiana, gli investimenti pubblici hanno un moltiplicatore ben maggiore di uno: ciò significa che essi generano un aumento del pil significativamente più grande della spesa necessaria a realizzarli. In altre parole, i nuovi investimenti pubblici determinano una crescita del pil maggiore della crescita del debito, determinando una contrazione del rapporto tra debito e pil. È per questo che per rimettere in moto il Paese e riportare sotto controllo il debito non si deve mai lesinare sugli investimenti. A ben vedere, le risorse europee non sono affatto abbondanti - come molti credono - e occorrerebbe destinarle tutte nella direzione di nuovi investimenti (al netto di una quota indispensabile di ristori e incentivi). Il Piano italiano dovrebbe spingersi nell’utilizzo integrale dei fondi se vogliamo credibilmente puntare a recuperare il terreno perso con la pandemia, e prima ancora con la stagnazione che ha seguito la crisi finanziaria del 2008. Insomma, spendere tutto e spendere bene, con coraggio, è la sola chance che il Paese ha per rimettersi in moto e tenere sotto controllo la temibile dinamica del debito pubblico.