Realfonzo: "Sul dissesto la politica è in ritardo. Ora servono le riforme"

IL RITARDO DELLA POLITICA E LE RIFORME CHE NESSUNO HA AVUTO IL CORAGGIO DI LASCIARMI FARE

Napoli, intervista a Riccardo Realfonzo
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 20 maggio 2021



“Il dissesto del Comune di Napoli si poteva evitare nel 2011 riducendo i debiti fuori bilancio, contrastando l’evasione e abbattendo gli sprechi, ma il sindaco non volle attuare quelle misure. Come se ne esce? Con risorse adeguate, ma soprattutto con le riforme che nessuno ha mai avuto il coraggio di approvare”: la pensa così Riccardo Realfonzo, economista ed ex assessore comunale al bilancio, il primo a segnalare le drammatiche condizioni delle casse di Palazzo San Giacomo.
Ora che Manfredi ha denunciato la disastrosa situazione delle finanze napoletane, tutti si scandalizzano. Ma la politica, in questi anni, dov'era?
"Direi che chi si scandalizza o ha vissuto sulla Luna o fa teatro. A Napoli anche i bambini sanno che il Comune è da anni in bancarotta. Personalmente sin dal 2013 ho spiegato che il Comune era di fatto in dissesto e da allora le cose sono costantemente peggiorate. Una parte della politica, anche di centrosinistra, ha più volte strizzato l’occhio al sindaco e ora, fuori tempo massimo, si finge sorpresa. Ci vorrebbe un sussulto di dignità".
Il dissesto si sarebbe potuto evitare? Se sì, quando e con quali interventi?
"Il dissesto si poteva evitare quando la prima giunta de Magistris si insediò, nel 2011. Era molto chiaro come fare ed io, in qualità di assessore al bilancio e alle partecipate, elaborai un articolato pacchetto di proposte specifiche. Riorganizzazione della macchina comunale e delle società partecipate, lotta ai debiti fuori bilancio, contrasto vero alle diverse forme di evasione, rafforzamento dei meccanismi di riscossione, valorizzazione del patrimonio immobiliare, utilizzo adeguato dei fondi europei. In poche parole, riforme radicali all’insegna della legalità e della buona amministrazione".
Che cosa ha impedito il risanamento dei conti da più di dieci anni a questa parte?
"Le proposte che avevo avanzato furono ritenute impopolari o in contrasto con la linea politica del sindaco, e pertanto bloccate. E ciò benché quelle proposte fossero parte sostanziale del programma economico elettorale che proprio io avevo redatto. E qui, non senza un sospiro di sollievo, a metà 2012, finì la mia avventura al Comune. Quelle riforme non sono state realizzate nemmeno successivamente e il piano di riequilibrio che l’amministrazione presentò alla Corte dei Conti, e che ha permesso di accedere a nuove risorse, ha fatto acqua da tutte le parti, come d’altronde era stato facile prevedere. Poi sono intervenute una serie di norme demagogiche che hanno permesso di perpetuare lo stato comatoso del Comune e oggi ci ritroviamo con un buco di bilancio da almeno tre miliardi".
La vicenda mette in discussione anche il controllo operato dalla Corte dei conti?
"Credo che la Corte dei Conti della Campania abbia sempre operato con grande professionalità. E nel 2013, al termine di una disamina impietosa del Piano di Riequilibrio redatto dal Comune, chiese opportunamente il dissesto. Viceversa, non ho mai compreso le motivazioni con le quali le Sezioni Riunite romane della Corte abbiano accolto il ricorso del Comune. Quanto è successo in questi ultimi anni, con il buco di bilancio quadruplicato, dimostra che aveva ampiamente ragione la Corte campana".
Ora, dopo la sentenza con cui la Consulta ha chiarito che il deficit extra non può essere spalmato su 30 anni, si invoca una norma salva-Comuni: è d'accordo? Come dovrebbe essere strutturata e che cosa dovrebbe prevedere?
"Intanto vorrei chiarire che il dibattito cittadino ha un ché di surreale. La legge in vigore dice che il dissesto va dichiarato obbligatoriamente quando ve ne sono le circostanze, non si tratta di una cosa che si può scegliere di fare o no. Ciò detto, è necessaria una norma che permetta alla capitale del Mezzogiorno di tirare una linea e ripartire. Ma attenzione, ciò non deve sostanziarsi in un colpo di spugna. Bisogna fare piena luce su ciò che è avvenuto in questi anni, perché solo così si può evitare di ripetere gli stessi errori e gettare al vento soldi pubblici. Napoli ha bisogno di risorse, ma più ancora ha bisogno di buona amministrazione, riforme e una gigantesca iniezione di legalità".
Si parla della dismissione di beni comunali come l'ippodromo di Agnano e il palazzo di Via Verdi: servirà?
"Sono contrario alla svendita degli assets pubblici. Direi che i napoletani hanno già pagato un prezzo troppo elevato alla malapolitica".
Cosa bisogna fare per rimuovere i problemi strutturali del bilancio di Napoli (incapacità di riscuotere i tributi, incapacità di vendere i beni pubblici ecc.).
"Ripartire da dove mi hanno bloccato. Da quelle riforme finalizzate a riorganizzare il personale, a realizzare una azione seria di contrasto alla evasione e alla occupazione abusiva del suolo pubblico, a combattere sacche di sprechi e privilegi. E poi occorre inserire manager qualificati nelle società partecipate, organizzare una gestione razionale dell’immenso patrimonio comunale e partecipare con cognizione di causa all’utilizzo dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In assenza di tutto ciò Napoli non potrà rimettersi in

Il Recovery Plan e la ripresa italiana. Dibattito con Riccardo Realfonzo e Marco Veronese Passarella

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Organizzato da Kritica Economica, 15 aprile 2021




Patrimoniale e tassa globale sulle multinazionali. Intervista a Riccardo Realfonzo

Patrimoniale e tassa globale sulle multinazionali. "Ma per combattere le disuguaglianze servono riforme più profonde"

Economisti a confronto: intervista a Riccardo Realfonzo

di Raffaele Ricciardi

La Repubblica, 9 aprile 2021



MILANO - La necessità di combattere le crescenti diseguaglianze, eredità della pandemia, anche imponendo una patrimoniale per finanziare le misure per la ripresa; e una maggiore equità fiscale attraverso la costituzione di una tassa minima globale da imporre alle multinazionali. Sono i temi forti emersi nelle giornate primaverili del Fondo monetario internazionale, che si sono intrecciate con l'appuntamento a presidenza italiana del G20 finanziario. Ecco le opinioni di Riccardo Realfonzo, ordinario di economia politica nell'Università del Sannio e direttore della rivista economiaepolitica.it.

Il Fondo monetario ha rilanciato la proposta di tassare redditi alti e grandi patrimoni per finanziare la ripresa dalla crisi del Covid. E' una buona idea?

La pandemia ha accentuato il perverso processo redistributivo già in atto da tempo negli USA, in Europa e anche in Italia. Mi riferisco alla progressiva riduzione della quota del pil che va a remunerare i redditi da lavoro e allo speculare aumento della quota che va ai redditi da capitale. La crescita esponenziale dei patrimoni dei super ricchi è solo la punta dell'iceberg. Per le economie trainate dai salari, come l'Italia, questo processo redistributivo non solo è eticamente inaccettabile, ma determina anche una riduzione del tasso di crescita e degli spazi occupazionali. Per queste ragioni è necessario redistribuire il carico fiscale dai redditi da lavoro ai redditi da capitale, e tassare i patrimoni.

Durante una crisi senza precedenti in tempi di pace, dopo un primo scossone i listini azionari globali sono volati a nuovi massimi. Forbes non ha mai aggiunto così tanti nuovi miliardari alla sua lista di Paperoni. Eppure, dice ancora il Fmi, ci sono 95 milioni di persone in estrema povertà in più rispetto alle previsioni ante-pandemia e le divergenze della ripresa (dentro e tra Paesi) sono la prima preoccupazione. Come evitare questa forbice?

Gli squilibri distributivi sono connessi tra loro. Alla crescita dei patrimoni dei super ricchi fa da contraltare l'esplosione della povertà. Alla veloce ripresa di alcuni Paesi fa da contraltare la stagnazione di altri, con conseguente aumento della divergenza territoriale, anche su scena europea. Non è una novità che i meccanismi di mercato e la globalizzazione tendono ad accentrare la ricchezza in poche mani e lo sviluppo in pochi territori. Sono meccanismi che vanno contrastati con politiche fiscali più incisive e coordinate rispetto a quelle cui siamo abituati, e ponendo uno stop alla libera circolazione dei capitali su scena internazionale. Occorrerebbe cominciare con il tassare i movimenti speculativi di capitale di brevissimo periodo e utilizzare le risorse raccolte per ampliare il perimetro dello stato sociale.

L'amministrazione Usa spinge ora forte per una tassa minima globale sulle multinazionali. L'Italia guida il G20 e punta a un primo accordo internazionale per l'estate. Crede sia la volta buona?

Mi auguro proprio di sì. I vecchi teorici del laissez-faire ritenevano che la concorrenza perfetta fosse l'esito del mercato. Viceversa, sappiamo da molto tempo che le economie di scala e di concentrazione portano alla creazione di grandi imperi economico-finanziari. Le multinazionali, i grandi oligopolisti che si spartiscono il mercato mondiale in settori come le grandi produzioni meccaniche, l'ICT, la farmaceutica, la chimica macinano profitti astronomici. Stanno diventando più potenti degli Stati e si profila un mondo a scarsissima democrazia economica. Speriamo che finalmente venga uno stop a livello internazionale. Se non ora, quando?

La Corte dei Conti ha calcolato che, ogni anno, di 160/170 miliardi di crediti dello Stato considerati a bilancio come di riscossione certa, ne vengono effettivamente riscossi 7/8 miliardi. I condoni delle cartelle sono una soluzione equa?

Non vedo come si possa ritenere che si tratti di misure eque. È ovvio che non lo siano ed è altrettanto ovvio che questi espedienti per fare facilmente cassa destano grande malessere nei cittadini abituati ad onorare sempre il loro debito con lo Stato. Li allontano dalla politica e dallo Stato. Bisognerebbe chiudere per sempre con i condoni e piuttosto rafforzare i potere di controllo e riscossione dello Stato, anche sul piano locale.