No alla precarietà espansiva. Realfonzo a UnoMattina

No alla precarietà espansiva. Realfonzo a UnoMattina
Sabato 19 marzo 2014
La disoccupazione giovanile è il più grande spreco italiano. Per aumentare l'occupazione non dobbiamo ricorrere ancora alla precarietà.


Il pareggio è un abbaglio

Abbiamo inserito il pessimo principio di pareggio del bilancio in Costituzione, ma più proviamo ad applicarlo più gli obiettivi macroeconomici ci scappano di mano. Finché continueremo a muoverci in questa assurda direzione, lo stesso agognato risanamento delle finanze pubbliche sarà un po’ come il miraggio per chi si è perso nel deserto: una splendida oasi che appare nitida, verso cui ci si muove, ma che continua ad allontanarsi. 

Il pareggio è un abbaglio
di Riccardo Realfonzo
L'Unità, 18 aprile 2014

Con la manovra economica descritta nel Documento di Economia e Finanza (DEF), il governo riconosce che il pareggio di bilancio strutturale (cioè al netto del ciclo economico) non potrà essere conseguito il prossimo anno. Prevede dunque di posticipare di un anno, al 2016, il raggiungimento dell’obiettivo. Perciò, il ministro Padoan ha scritto alla Commissione Europea e il Parlamento ha dato il suo placet, il tutto secondo quanto previsto dai trattati europei e dal principio del pareggio di bilancio introdotto di recente nella nostra Costituzione. La domanda è: saremo in grado di raggiungere l’obiettivo tra due anni?
Per farcene una idea, forse è bene ricordare che quando negli USA, nel 2011, la destra repubblicana spinse per introdurre nella Costituzione il principio del pareggio di bilancio, cinque premi Nobel e altri autorevoli economisti scrissero a Obama. Spiegarono che “inserire un tetto alla spesa pubblica peggiorerebbe le cose” e “chiudere il bilancio in pareggio aggraverebbe le recessioni”. Il pareggio di bilancio è dunque una “pericolosa camicia di forza” che “impedirebbe al governo di ricorrere al credito” quando ce n’è bisogno e “favorirebbe dubbie manovre finanziarie, quali la vendita di beni pubblici”. Obama ascoltò l’allarme dei Nobel e si guardò bene dall’inserire il pareggio in Costituzione.
In Italia, invece, abbiamo zelantemente recepito il principio e inseguiamo da anni con pervicace coerenza un fantomatico obiettivo di “sana finanza pubblica”, sforzandoci di comprimere la spesa statale e segnando il record europeo degli eccessi delle entrate fiscali sulla spesa al netto degli interessi. Abbiamo così ridotto la spesa pubblica di oltre sei punti di Pil negli ultimi venti anni, portando la spesa complessiva per cittadino, in termini reali, ampiamente al di sotto della media dell’eurozona. E ciò con risultati desolanti, soprattutto in termini di bassa domanda aggregata di beni e servizi, bassa produzione e alta disoccupazione; ma anche per gli stessi obiettivi di finanza pubblica che i diversi governi si erano posti: in pratica, più abbiamo applicato il principio del pareggio e più gli obiettivi ci sono scappati di mano.
Nel settembre 2011 la coppia Berlusconi-Tremonti, incalzata dall’Europa, aveva assicurato che, con le manovre impostate, il pareggio strutturale si sarebbe conseguito due anni dopo, nel 2013. Cosa che naturalmente non è avvenuta. Del resto, anche le loro previsioni per il 2012 risultarono erronee: avevano previsto una riduzione del Pil di appena lo 0,6% ed invece cadde di ben 2,4 punti, con il debito pubblico che schizzò quasi 9 punti più in alto di quanto avevano annunciato.
Con il governo Monti da questo punto di vista le cose non mutarono. Nel DEF 2012, con l’aggiornamento autunnale e addirittura con il DEF 2013 di aprile, Monti e Grilli si incaponirono nel sottolineare l’effetto taumaturgico della manovra Salva-Italia e in generale dei “compiti a casa”, prevedendo costantemente di raggiungere il pareggio strutturale nel 2013. Anche questa volta un nulla di fatto. Anzi, il Pil precipitò ancora di 1,9 punti, mentre il governo nella primavera dell’anno precedente aveva addirittura previsto una crescita di mezzo punto. Quanto al debito pubblico, crebbe di ben undici punti in più rispetto alla previsione.
Con la Nota di Aggiornamento di Letta e Saccomanni del settembre scorso la previsione di pareggio strutturale è stata ancora spostata nel futuro, questa volta al 2015, e le loro previsioni sulla crescita del Pil nel 2014 (+1%) e sul debito (132,9%), apparse subito ottimistiche, sono già state smentite dallo stesso governo Renzi, che ha provveduto a spostare ancora una volta in avanti l’obiettivo di pareggio strutturale, al 2016.
I motivi di questi clamorosi fallimenti previsionali – ma anche di quelli di altri governi europei e di importanti istituzioni internazionali – sono presto detti. Si è costantemente sottovalutato il fatto che insistere con tagli della spesa determina, soprattutto in fasi recessive, una violenta caduta della domanda aggregata di merci e servizi. E se cala la domanda le imprese riducono i livelli di produzione, con il risultato che l’occupazione, il reddito e le stesse entrate fiscali si contraggono. Finché continueremo a muoverci in questa assurda direzione, il risanamento delle finanze pubbliche sarà po’ come il miraggio per chi si è perso nel deserto: una splendida oasi che appare nitida, verso cui ci si muove, ma che continua ad allontanarsi. 

A Napoli il piano anti-crac fa acqua da tutte le parti. Intervista a Realfonzo

Realfonzo: Bilancio 2013 al limite della legge. E il piano anti-crac che fa acqua da tutte le parti
di Pierluigi Frattasi
Il Roma, 16 aprile 2014

NAPOLI. «Il piano anti-dissesto del Comune? La Corte dei Conti di Roma dovrebbe confermare il primo giudizio, bocciandolo». Riccardo Realfonzo, ex assessore al Bilancio della giunta de Magistris, ne è convinto: «Il piano di rientro in dieci anni dal disavanzo fa acqua da tutte le parti». L’aveva previsto subito, all’indomani della sua approvazione, nel gennaio 2013, ed è arrivato puntuale il diniego della Corte. E ora il “Robin Hood” di Palazzo San Giacomo spiega che «Il consuntivo approvato ieri è costruito già sul presupposto della conferma della bocciatura da parte della Corte e cerca di attrezzarsi, tra clamorose carenze e qualche stranezza, per la seconda chance offerta dalla politica col decreto Salva-Roma. Insomma, ci si prepara a presentare un secondo piano per evitare il dissesto».
In che senso questo consuntivo apre al nuovo piano?
«Con il tentativo, arrampicandosi sugli specchi, di sostenere l’esistenza di un avanzo di competenza di 75 milioni di euro. Sarebbe sufficiente sottolineare che il Comune dichiara 76 milioni di euro di debiti fuori bilancio, cioè spese irregolari non previste dal Consiglio Comunale e avallate dai dirigenti, che solo in piccolissima parte, per qualche centinaia di migliaia di euro, vengono fatte pesare sul 2014. La copertura della parte restante viene traslata sul 2015 e sul 2016. Capisce che se fossero fatti gravare interamente sul 2014, addio avanzo. Una operazione al limite della norma. La Corte dei Conti ne sarà soddisfatta?».
Professore, nel 2011 lei ridusse i debiti fuori bilancio da 100 a 32 milioni, come mai oggi schizzano a 76 milioni?
«Io avevo raggiunto il risultato che lei descrive istituendo un Comitato di valutazione, che doveva esprimersi sulla regolarità delle operazioni e sulla ammissibilità al finanziamento. Ebbene, questo Comitato è stato abrogato e i debiti sono subito tornati a salire. Come sei non si volesse davvero tenere sotto controllo la spesa… Ma le stranezze non finiscono qui».
Mi dica
«Potremmo parlare a lungo. Mi limito a segnalare la riduzione della capacità di riscuotere le entrate, scesa dal 65% del 2011 al 59% del 2013. Solo quest’anno mancano all’appello 560 milioni di entrate correnti. Questo ha dell’incredibile, considerando che il Comune dovrebbe fare ogni sforzo per aumentare le riscossioni. Al tempo stesso i residui passivi, debiti del Comune, lievitano alla cifra record di 3,8 miliardi di euro».
Caspita, ma l’assessore al bilancio aveva detto che il Comune sarebbe andato presto in avanzo…
«Si. Ho letto di un assessore che conteggiava i crediti ottenuti dal governo e dalla Cassa Depositi e Prestiti in bilancio come fossero un normale trasferimento. Debiti, cioè passività per l’Ente, che diventano poste attive in bilancio. Lo facesse un mio studente sarebbe bocciato a libretto».
E le dismissioni?
«Altra stranezza, diciamo così. Il Comune nel piano di rientro anti-dissesto annuncia entrate dalla vendita degli immobili per oltre 700 milioni. Peccato nel 2013 si è fermato a 19…».
Che dice della delibera che blocca il salario accessorio dei lavoratori delle partecipate? Risanamento?
«Guardi il risanamento vero è fare le riforme, farle in tempo utile, con cognizione di causa e soprattutto con la massima attenzione alle ricadute sociali. Soprattutto nel Mezzogiorno. Qui siamo in ritardo enorme, ormai in dissesto, si procede per tentativi al solo scopo di arrivare al termine della sindacatura. Il prezzo di questa inadeguatezza amministrativa lo paghiamo noi cittadini e due volte i lavoratori delle partecipate».

Austerità e squilibri crescenti in Europa


Austerità e squilibri crescenti in Europa
Il fallimento delle politiche di austerità e il rischio di deflagrazione dell'eurozona
EuroParlTV, Bruxelles, 7 aprile 2014