L’ex assessore spara a zero: sprechi e clientele al Comunedi Claudio Silvestri
Roma, 4 dicembre 2010
Il Roma ha pubblicato anche:
Il vicesindaco voleva battere moneta, 4 dicembre 2010.
Il Comune nelle mani dei dirigenti, di Claudio Silvestri, 4 dicembre 2010.
I giudizi sui leader politici e sui colleghi di giunta, 4 dicembre 2010.
"dissento da quello che gli economisti americani chiamano mainstream, il comune modo di pensare della maggioranza. La nuova generazione di economisti, purtroppo, è fatta di conformisti" (Augusto Graziani)
Robin Hood nella politica clientelare
Robin Hood nella politica clientelare
di Ottavio Lucarelli
Repubblica Napoli, 5 dicembre 2010
Professore Realfonzo, a distanza di un anno cosa resta del suo 2009 a Palazzo San Giacomo?
«La triste consapevolezza che la politica, a Napoli e in Campania, è scivolata dalle esperienze del primissimo Bassolino, attente alle istanze generali, verso una pratica finalizzata a un consenso clientelare. Una politica che nemmeno vede i problemi dei cittadini».
Professore di economia politica all’Università del Sannio, assessore al bilancio e alle aziende da gennaio a dicembre 2009, Riccardo Realfonzo ha scritto “Robin Hood a Palazzo San Giacomo. Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli”.
Tutte battaglie perse, professore?
«Non tutte, non all’inizio. Un’azione per restituire servizi dignitosi ai cittadini l’avevo avviata. Poi il tentativo di una reale discontinuità si è scontrato con un pratica politica becera, che non a caso ha portato il centrosinistra campano a due sconfitte alle provinciali e alle regionali».
Quando ha capito il fallimento della sua mission?
«I primi stop all’azione di rinnovamento sono arrivati in primavera. All’inizio del 2009, dopo la bufera giudiziaria di fine 2008, la lervolino era in difficoltà e la giunta dei tecnici riusciva a lavorare. Feci passare alcune delibere significative per riparare al disastro dei conti».
Qualche esempio?
«La delibera contro la piaga dei debiti fuori bilancio, quella che mirava a rafforzare il controllo sulle società comunali. In consiglio comunale ci fu anche la svolta contro le privatizzazioni e a favore dell’acqua pubblica».
Poi cosa accadde?
«I rappresentanti del Comune nell’Ato2 non sostennero la linea dell’acqua pubblica e i miei tentativi di mettere mano ai problemi dei servizi furono stoppati. Tentai di far inserire figure di tecnici, indipendenti dai partiti, nei consigli di amministrazione delle aziende ma riuscii solo a incidere con la nomina da parte del sindaco del presidente di Napolipark Francesco Saverio Lauro e del consigliere Gesac Carlo lannello».
In che modo la bloccavano a Palazzo San Giacomo?
«Non consentendomi di avere accesso alle informazioni più banali. Nel libro parlo della lettera al sindaco da parte di Colantonio, presidente Stoà, in cui mette nero su bianco che il vicesindaco Tino Santangelo gli aveva detto di non rispondere alle mie richieste».
Quando capì che la lervolino non era più dalla sua parte?
«Dopo l’estate 2009. Compresi che i continui rinvii sulle nomine rispondevano alla logica delle frange del Pd forti in giunta, una scelta funzionale alle elezioni ma del tutto estranea al mio obiettivo di migliorare la qualità dei servizi».
Chi era il braccio armato del sindaco?
«La lervolino mi disse che voleva bene a Santangelo, ma che la figura su cui Bassolino contava era Nicola Oddati».
Ma la Iervolino era ostaggio di se stessa o dei bassoliniani?
«Più volte mi ha ripetuto che Bassolino l’aveva esortata a fare il sindaco, facendole promesse di un sostegno che poi non aveva mantenuto e, anzi, che tante responsabilità, come la vicenda rifiuti, erano state scaricate sul Comune».
Il titolo del libro nasce in consiglio comunale dove la destra la definì Robin Hood?
«Mi vedevano come un soggetto estraneo al potere iervoliniano».
Anche la lervolino la chiamò Robin Hood?
«Dopo le mie dimissioni. Un’ammissione di colpa».
di Ottavio Lucarelli
Repubblica Napoli, 5 dicembre 2010
Professore Realfonzo, a distanza di un anno cosa resta del suo 2009 a Palazzo San Giacomo?
«La triste consapevolezza che la politica, a Napoli e in Campania, è scivolata dalle esperienze del primissimo Bassolino, attente alle istanze generali, verso una pratica finalizzata a un consenso clientelare. Una politica che nemmeno vede i problemi dei cittadini».
Professore di economia politica all’Università del Sannio, assessore al bilancio e alle aziende da gennaio a dicembre 2009, Riccardo Realfonzo ha scritto “Robin Hood a Palazzo San Giacomo. Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli”.
Tutte battaglie perse, professore?
«Non tutte, non all’inizio. Un’azione per restituire servizi dignitosi ai cittadini l’avevo avviata. Poi il tentativo di una reale discontinuità si è scontrato con un pratica politica becera, che non a caso ha portato il centrosinistra campano a due sconfitte alle provinciali e alle regionali».
Quando ha capito il fallimento della sua mission?
«I primi stop all’azione di rinnovamento sono arrivati in primavera. All’inizio del 2009, dopo la bufera giudiziaria di fine 2008, la lervolino era in difficoltà e la giunta dei tecnici riusciva a lavorare. Feci passare alcune delibere significative per riparare al disastro dei conti».
Qualche esempio?
«La delibera contro la piaga dei debiti fuori bilancio, quella che mirava a rafforzare il controllo sulle società comunali. In consiglio comunale ci fu anche la svolta contro le privatizzazioni e a favore dell’acqua pubblica».
Poi cosa accadde?
«I rappresentanti del Comune nell’Ato2 non sostennero la linea dell’acqua pubblica e i miei tentativi di mettere mano ai problemi dei servizi furono stoppati. Tentai di far inserire figure di tecnici, indipendenti dai partiti, nei consigli di amministrazione delle aziende ma riuscii solo a incidere con la nomina da parte del sindaco del presidente di Napolipark Francesco Saverio Lauro e del consigliere Gesac Carlo lannello».
In che modo la bloccavano a Palazzo San Giacomo?
«Non consentendomi di avere accesso alle informazioni più banali. Nel libro parlo della lettera al sindaco da parte di Colantonio, presidente Stoà, in cui mette nero su bianco che il vicesindaco Tino Santangelo gli aveva detto di non rispondere alle mie richieste».
Quando capì che la lervolino non era più dalla sua parte?
«Dopo l’estate 2009. Compresi che i continui rinvii sulle nomine rispondevano alla logica delle frange del Pd forti in giunta, una scelta funzionale alle elezioni ma del tutto estranea al mio obiettivo di migliorare la qualità dei servizi».
Chi era il braccio armato del sindaco?
«La lervolino mi disse che voleva bene a Santangelo, ma che la figura su cui Bassolino contava era Nicola Oddati».
Ma la Iervolino era ostaggio di se stessa o dei bassoliniani?
«Più volte mi ha ripetuto che Bassolino l’aveva esortata a fare il sindaco, facendole promesse di un sostegno che poi non aveva mantenuto e, anzi, che tante responsabilità, come la vicenda rifiuti, erano state scaricate sul Comune».
Il titolo del libro nasce in consiglio comunale dove la destra la definì Robin Hood?
«Mi vedevano come un soggetto estraneo al potere iervoliniano».
Anche la lervolino la chiamò Robin Hood?
«Dopo le mie dimissioni. Un’ammissione di colpa».
Monnezza comunale
Monnezza comunale
Il Foglio, 4 dicembre 2010
Il governo Berlusconi e l’amministrazione Iervolino? Hanno entrambi gravi colpe nell’emergenza rifiuti a Napoli. Le accuse reciproche, cui abbiamo assistito di recente, nascondono responsabilità da ambo le parti. A partire da quelle del Comune. L’economista Riccardo Realfonzo, oggi docente dell’Università del Sannio, parla così al Foglio dello “status monnezzae” in Campania. E lo fa con cognizione di causa: tra il gennaio del 2009 e il dicembre dello stesso anno, è stato assessore tecnico al bilancio della giunta Iervolino. Gli attriti con il sindaco e con gli amministratori locali sul risanamento delle finanze locali e sull’efficienza delle società municipali (tra cui quell’Asia responsabile della racolta rifiuti a Napoli) lo hanno portato a reassegnare le dimissioni in meno di un anno. Periodo sufficiente perché la sua carriera prendesse una curiosa piega cinematografica: Realfonzo è stato chiamato alternativamente Indiama Jones (dalla stampa, per la ricerca del “bilancio perduto” del Comune) e Robin Hood (dalla stessa Rosa Russo Iervolino, dopo le sue dimissioni all’inizio del 2010, per presunte attitudini da “bandito” solitario).
Negli anni, Realfonzo si è fatto la reputazione di uno che non se ne sta in disparte. Nel 2006 ha promosso l’appello degli economisti per la stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e pil, durante il governo Prodi è stato membro del comitato scientifico “Industria 2015” del ministro Pier Luigi Bersani, ed è stato consigliere economico del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Adesso Realfonzo si prepara a irrompere nel dibattito sulla monnezza con il suo libro in uscita: “Robin Hood a Palazzo San Giacomo – Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli” (Tullio Pironti Editore, 12 euro), che il Foglio ha letto in anteprima. “Il piano Bertolaso elaborato dal governo Berlusconi era molto debole ed è rimasto in larga parte inattuato”, commenta Realfonzo, “non offriva soluzioni compiute e definitive al problema”. “Ma anche l’amministrazione di Napoli ha responsabilità enormi: in primo luogo perché, allora come oggi, tutte le società comunali vantano decine di milioni di euro di crediti verso il Comune che non riescono a incassare». Aggiunge Realfonzo al Foglio: “Il fatto è che, prima e dopo il mio tentativo di risanamento, il Comune si è reso protagonista di una azione amministrativa inefficiente e a volte di tipo clientelare, con pesanti ripercussioni sul bilancio. Tra l’altro, le previsioni di entrata si sono rivelate eccessive rispetto agli incassi reali. E poiché sulla base di quelle previsioni venivano assunte le decisioni di spesa, il risultato è un bilancio sull’orlo del dissesto”.
Ma ci sono altre ragioni di natura strutturale alla base dell’emergenza rifiuti: “Uno dei problemi evidenti è che Asia, pur avendo circa 2500 dipendenti, ha una percentuale elevatissima di lavoratori inidonei. Parliamo di circa 300 operatori di raccolta rifiuti che però non svolgono servizio sulle strade”. Quello che servirebbe davvero, conclude Realfonzo, è uno sforzo concreto per aumentare la raccolta differenziata: “Stando a una legge del 2008, la percentuale di differenziata dovrebbe raggiungere il 35 per cento del volume dei rifiuti entro fine 2010. Siamo ancora al 16 per cento. Se il Comune non riuscirà varare una politica di rigore nell’utilizzo delle risorse pubbliche, qualsiasi tentativo di migliorare la situazione sarà vanificata dalla pesantissima situazione finanziaria».
Il Foglio, 4 dicembre 2010
Il governo Berlusconi e l’amministrazione Iervolino? Hanno entrambi gravi colpe nell’emergenza rifiuti a Napoli. Le accuse reciproche, cui abbiamo assistito di recente, nascondono responsabilità da ambo le parti. A partire da quelle del Comune. L’economista Riccardo Realfonzo, oggi docente dell’Università del Sannio, parla così al Foglio dello “status monnezzae” in Campania. E lo fa con cognizione di causa: tra il gennaio del 2009 e il dicembre dello stesso anno, è stato assessore tecnico al bilancio della giunta Iervolino. Gli attriti con il sindaco e con gli amministratori locali sul risanamento delle finanze locali e sull’efficienza delle società municipali (tra cui quell’Asia responsabile della racolta rifiuti a Napoli) lo hanno portato a reassegnare le dimissioni in meno di un anno. Periodo sufficiente perché la sua carriera prendesse una curiosa piega cinematografica: Realfonzo è stato chiamato alternativamente Indiama Jones (dalla stampa, per la ricerca del “bilancio perduto” del Comune) e Robin Hood (dalla stessa Rosa Russo Iervolino, dopo le sue dimissioni all’inizio del 2010, per presunte attitudini da “bandito” solitario).
Negli anni, Realfonzo si è fatto la reputazione di uno che non se ne sta in disparte. Nel 2006 ha promosso l’appello degli economisti per la stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e pil, durante il governo Prodi è stato membro del comitato scientifico “Industria 2015” del ministro Pier Luigi Bersani, ed è stato consigliere economico del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Adesso Realfonzo si prepara a irrompere nel dibattito sulla monnezza con il suo libro in uscita: “Robin Hood a Palazzo San Giacomo – Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli” (Tullio Pironti Editore, 12 euro), che il Foglio ha letto in anteprima. “Il piano Bertolaso elaborato dal governo Berlusconi era molto debole ed è rimasto in larga parte inattuato”, commenta Realfonzo, “non offriva soluzioni compiute e definitive al problema”. “Ma anche l’amministrazione di Napoli ha responsabilità enormi: in primo luogo perché, allora come oggi, tutte le società comunali vantano decine di milioni di euro di crediti verso il Comune che non riescono a incassare». Aggiunge Realfonzo al Foglio: “Il fatto è che, prima e dopo il mio tentativo di risanamento, il Comune si è reso protagonista di una azione amministrativa inefficiente e a volte di tipo clientelare, con pesanti ripercussioni sul bilancio. Tra l’altro, le previsioni di entrata si sono rivelate eccessive rispetto agli incassi reali. E poiché sulla base di quelle previsioni venivano assunte le decisioni di spesa, il risultato è un bilancio sull’orlo del dissesto”.
Ma ci sono altre ragioni di natura strutturale alla base dell’emergenza rifiuti: “Uno dei problemi evidenti è che Asia, pur avendo circa 2500 dipendenti, ha una percentuale elevatissima di lavoratori inidonei. Parliamo di circa 300 operatori di raccolta rifiuti che però non svolgono servizio sulle strade”. Quello che servirebbe davvero, conclude Realfonzo, è uno sforzo concreto per aumentare la raccolta differenziata: “Stando a una legge del 2008, la percentuale di differenziata dovrebbe raggiungere il 35 per cento del volume dei rifiuti entro fine 2010. Siamo ancora al 16 per cento. Se il Comune non riuscirà varare una politica di rigore nell’utilizzo delle risorse pubbliche, qualsiasi tentativo di migliorare la situazione sarà vanificata dalla pesantissima situazione finanziaria».
Realfonzo, tutte le verità del "Robin Hood" di Palazzo San Giacomo
Il Corriere del Mezzogiorno, 3 dicembre 2010
Pubblichiamo ampi stralci della prefazione del libro Robin Hood a Palazzo San Giacomo, scritto da Riccardo Realfonzo, ex assessore al bilancio del Comune di Napoli (Tullio Pironti Editore), da pochi giorni in libreria.
Questo libro racconta un anno di battaglie a Palazzo San Giacomo, cominciato con la mia nomina ad assessore tecnico del Comune di Napoli nel gennaio del 2009 e terminato nel dicembre, con le mie dimissioni. All’origine di tutto vi è stato un vero e proprio “incidente della Storia”, che si è verificato allorché la crisi della politica partenopea si è manifestata tanto acuta – a seguito di una serie di scandali e alcune inchieste della magistratura – da indurre il sindaco Iervolino a ricostruire la giunta cittadina, pescando nella società civile e in particolare nel mondo accademico. È così che sono entrato in giunta, andando a ricoprire il ruolo chiave di responsabile dell’assessorato alle risorse strategiche, con le deleghe al bilancio e alle società comunali. E ho provato, con la collaborazione di un gruppo di intellettuali e il sostegno di una parte del mondo progressista partenopeo, ad aggredire alcuni problemi atavici di Napoli, nel tentativo di inserire qualche granello di buona amministrazione nella vita cittadina.
Il libro ricostruisce quelle vicende, e mette a nudo – a tratti forse impietosamente – quante e quali siano le debolezze, ed anche le inadeguatezze, di quella ristretta casta di politici che gravita intorno alle frange egemoni del Partito Democratico in Campania, e che ha avuto in tutti questi anni in mano il governo della città. E tuttavia, per quanto la narrazione indugi su quelle figure e sulla loro azione politica e amministrativa, l’insegnamento generale che ho tratto da questa mia esperienza va anche al di là del piano delle responsabilità politiche individuali.
Il punto è che in quell’anno a Palazzo San Giacomo è emerso con sempre maggiore chiarezza un conflitto di fondo tra l’esigenza inderogabile di una azione riformatrice per Napoli, ispirata a principi e istanze di carattere collettivo e generale, di cui ho cercato faticosamente di farmi interprete, e una diffusa pratica politica finalizzata alla ricerca di un consenso di tipo particolaristico e al limite anche clientelare, che continua ad essere portata avanti dal gruppo di potere che controlla il Comune, e che fino a poco fa aveva in mano anche la Regione. Benché la prima strada, quella della politica “alta”, sia stata accarezzata dallo stesso Bassolino nei primi anni Novanta, agli esordi della sua stagione di governo a Napoli, le amministrazioni del centrosinistra progressivamente sono scivolate nella seconda, quella dei particolarismi e delle “intermediazioni improprie”, mettendo in atto un complesso di strategie che insegue confusamente gruppi di interesse e consensi d’accatto. E ciò operando principalmente mediante i fondi europei, non a caso improduttivamente spezzettati e sparsi sul territorio, senza alcuna organicità, e il sistema delle società pubbliche, come veicolo più elastico e meno controllabile per costruire reti di favori e consensi. Una impostazione questa che, dopo una fase di debolezza e apparente apertura al rinnovamento, è risultata presto incompatibile con l’applicazione trasparente dei principi guida che io ho proposto, come il “rigore nel pubblico per la difesa del pubblico”, che poi significa pretendere il massimo sforzo per utilizzare al meglio le risorse pubbliche, restituire dignità e servizi decorosi ai cittadini, evitare la deriva della privatizzazione dell’acqua e degli altri servizi pubblici fondamentali, creando le condizioni per il progresso economico e sociale.
Si capisce così che il problema non consiste tanto nel fissare responsabilità politiche individuali, quanto nel chiarire che il fallimento di questa stagione amministrativa del centrosinistra a Napoli e in Campania – e in altre aree del Mezzogiorno, in particolare – è dipeso dal radicarsi di quel sistema di potere tentacolare, così caratteristico della cosiddetta Prima Repubblica, che ha prodotto sperpero delle risorse, immobilismo sociale, assenza di sviluppo. E che ha finito per aprire la strada alle destre, dal momento che si è rivelato fallimentare sul piano stesso del consenso politico, come poi hanno dimostrato le tornate elettorali del 2009 e del 2010, in Provincia e in Regione.
Ho provato ad arrestare quella deriva, ma dopo un periodo iniziale, in cui la giunta di tecnici dovette far comodo, io e le forze che mi hanno sostenuto ci siamo trovati di fronte a un muro di gomma. E per questo mi sono dimesso, nel dicembre del 2009, anche confidando che la coerenza di quel mio gesto potesse contribuire a tener viva l’idea di una nuova politica economica e sociale, che finalmente offrisse alla città la speranza di un riscatto.
Diversa è stata la lettura che ne ha proposto il Palazzo. Il problema, a dire del sindaco Iervolino, è che io volevo fare il “Robin Hood”.
Pubblichiamo ampi stralci della prefazione del libro Robin Hood a Palazzo San Giacomo, scritto da Riccardo Realfonzo, ex assessore al bilancio del Comune di Napoli (Tullio Pironti Editore), da pochi giorni in libreria.
Questo libro racconta un anno di battaglie a Palazzo San Giacomo, cominciato con la mia nomina ad assessore tecnico del Comune di Napoli nel gennaio del 2009 e terminato nel dicembre, con le mie dimissioni. All’origine di tutto vi è stato un vero e proprio “incidente della Storia”, che si è verificato allorché la crisi della politica partenopea si è manifestata tanto acuta – a seguito di una serie di scandali e alcune inchieste della magistratura – da indurre il sindaco Iervolino a ricostruire la giunta cittadina, pescando nella società civile e in particolare nel mondo accademico. È così che sono entrato in giunta, andando a ricoprire il ruolo chiave di responsabile dell’assessorato alle risorse strategiche, con le deleghe al bilancio e alle società comunali. E ho provato, con la collaborazione di un gruppo di intellettuali e il sostegno di una parte del mondo progressista partenopeo, ad aggredire alcuni problemi atavici di Napoli, nel tentativo di inserire qualche granello di buona amministrazione nella vita cittadina.
Il libro ricostruisce quelle vicende, e mette a nudo – a tratti forse impietosamente – quante e quali siano le debolezze, ed anche le inadeguatezze, di quella ristretta casta di politici che gravita intorno alle frange egemoni del Partito Democratico in Campania, e che ha avuto in tutti questi anni in mano il governo della città. E tuttavia, per quanto la narrazione indugi su quelle figure e sulla loro azione politica e amministrativa, l’insegnamento generale che ho tratto da questa mia esperienza va anche al di là del piano delle responsabilità politiche individuali.
Il punto è che in quell’anno a Palazzo San Giacomo è emerso con sempre maggiore chiarezza un conflitto di fondo tra l’esigenza inderogabile di una azione riformatrice per Napoli, ispirata a principi e istanze di carattere collettivo e generale, di cui ho cercato faticosamente di farmi interprete, e una diffusa pratica politica finalizzata alla ricerca di un consenso di tipo particolaristico e al limite anche clientelare, che continua ad essere portata avanti dal gruppo di potere che controlla il Comune, e che fino a poco fa aveva in mano anche la Regione. Benché la prima strada, quella della politica “alta”, sia stata accarezzata dallo stesso Bassolino nei primi anni Novanta, agli esordi della sua stagione di governo a Napoli, le amministrazioni del centrosinistra progressivamente sono scivolate nella seconda, quella dei particolarismi e delle “intermediazioni improprie”, mettendo in atto un complesso di strategie che insegue confusamente gruppi di interesse e consensi d’accatto. E ciò operando principalmente mediante i fondi europei, non a caso improduttivamente spezzettati e sparsi sul territorio, senza alcuna organicità, e il sistema delle società pubbliche, come veicolo più elastico e meno controllabile per costruire reti di favori e consensi. Una impostazione questa che, dopo una fase di debolezza e apparente apertura al rinnovamento, è risultata presto incompatibile con l’applicazione trasparente dei principi guida che io ho proposto, come il “rigore nel pubblico per la difesa del pubblico”, che poi significa pretendere il massimo sforzo per utilizzare al meglio le risorse pubbliche, restituire dignità e servizi decorosi ai cittadini, evitare la deriva della privatizzazione dell’acqua e degli altri servizi pubblici fondamentali, creando le condizioni per il progresso economico e sociale.
Si capisce così che il problema non consiste tanto nel fissare responsabilità politiche individuali, quanto nel chiarire che il fallimento di questa stagione amministrativa del centrosinistra a Napoli e in Campania – e in altre aree del Mezzogiorno, in particolare – è dipeso dal radicarsi di quel sistema di potere tentacolare, così caratteristico della cosiddetta Prima Repubblica, che ha prodotto sperpero delle risorse, immobilismo sociale, assenza di sviluppo. E che ha finito per aprire la strada alle destre, dal momento che si è rivelato fallimentare sul piano stesso del consenso politico, come poi hanno dimostrato le tornate elettorali del 2009 e del 2010, in Provincia e in Regione.
Ho provato ad arrestare quella deriva, ma dopo un periodo iniziale, in cui la giunta di tecnici dovette far comodo, io e le forze che mi hanno sostenuto ci siamo trovati di fronte a un muro di gomma. E per questo mi sono dimesso, nel dicembre del 2009, anche confidando che la coerenza di quel mio gesto potesse contribuire a tener viva l’idea di una nuova politica economica e sociale, che finalmente offrisse alla città la speranza di un riscatto.
Diversa è stata la lettura che ne ha proposto il Palazzo. Il problema, a dire del sindaco Iervolino, è che io volevo fare il “Robin Hood”.
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